Hanno tutti (o quasi) votato per Hillary. Perciò musi lunghi alla Johns Hopkins University, ateneo americano di politologia e diplomazia che ha un’unica sede distaccata in Europa, a Bologna, dove gli studenti vengono a frequentare stage per una full immersion nella politica europea. Che ne pensa questo drappello di americani che ha votato per posta e si ritrova col presidente che non volevano? Il sunto corale è sintetizzato da Brian Miller, di Chicago: «La bandiera americana sarebbe dovuta stare a mezz’asta in entrambi i casi». Secondo Miller: «Sono stati i candidati più impopolari della storia degli Stati Uniti. Donald Trump si può paragonare a Ronald Reagan, entrambi si sono presentati alternativi all’establishment politico, il primo ha sottolineato in ogni occasione di essere un business man mentre il secondo si vantava di essere stato un attore di successo. Cosa succederà adesso? Da presidente di un Paese di 350 milioni di persone, Trump dovrà darsi una regolata».

Qui si studiano i trend politici. E non si nasconde l’imbarazzo per il clamoroso flop delle analisi degli esperti. C’è chi paragona i politologi agli economisti sbeffeggiati perché non capirono l’arrivo dell’ultima crisi economica. Tanto che in mano a qualcuno spunta l’analisi, a suo tempo snobbata, dell’eccentrico regista impegnato nel sociale, Michael Moore (tra i suoi film: Fahrenheit 9/11, Palma d’oro a Cannes). Connie Higgins, di Baltimora (Maryland), mi mostra il blog di Moore che due mesi fa elencava le ragioni per cui «Donald Trump – scriveva- sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti». «Moore- dice Higgins- ha centrato tutti i cinque punti che lo avevano portato alla previsione che nessuno negli Stati Uniti aveva raccolto: 1. Quello che è successo nel Regno Unito con la Brexit succederà anche qui in quanto questa America è come il centro dell’Inghilterra: al verde, depresso, in difficoltà; 2. Tanti americani hanno sopportato per otto anni un uomo nero che diceva cosa fare, non hanno voluto che nei prossimi otto anni fosse una donna a farla da padrone; 3. Il 70% degli americani ritiene che Hillary sia disonesta e inaffidabile; 4. Gli elettori di Sanders non muovono un dito a favore di Hillary; 5. Molti elettori votano Trump non perché siano d’accordo con lui ma solo per vedere cosa potrebbe succedere, solo perché manderebbe tutto all’aria e farebbe arrabbiare mamma e papà».

Così la prestigiosa università americana si ritrova a studiare le profezie di Moore anziché quelle, poniamo, di Joseph Nye, il politologo di successo che ha scritto il pamphlet «Is the American Century over?» («E’ finito il secolo americano?»), rispondendo che almeno fino al 2050 la leadership Usa è assicurata e quindi la percezione del declino è sbagliata. Ma è proprio questa percezione, per lui sbagliata, che ha avuto un’influenza determinante nel voto a favore di Trump.

Tra i professori di punta (docente di politica estera statunitense) della Johns Hopkins di Bologna è Davide Unger, che dice: «Il momento storico è andato a favore di Trump, il suo messaggio di fondo è stato quello di un’America in grande crisi, mentre l’ex segretario di Stato diceva che le cose stanno andando alla grande. La gente ha creduto a lui. La paura di solito è un’arma potente. Questo è particolarmente vero da noi, dove le persone tendono a credere (anche se non è vero) che, se il presidente fa bene il suo lavoro, loro saranno al sicuro «.

Trump ha vinto nonostante i grandi giornali americani (ma anche italiani) parteggiassero per Hillary. Quindi la loro influenza sull’opinione pubblica si è rivelata piuttosto debole. «Sì è vero- risponde Unger- i grandi giornali appoggiavano la candidata democratica, ma non sono la prima fonte di informazione del cittadino medio, che invece guarda la televisione o legge la gazzetta locale. E soprattutto non sono lo specchio del pensiero di massa».

Erik Jones è il direttore del dipartimento Studi europei ed euroasiatici della Johns Hopkins. Ha partecipato anche lui alla lunga notte elettorale. Nell’aula magna dell’università c’è stato un gran viavai di studenti, professori e invitati. Sui teleschermi, via satellite, i programmi in diretta dei principali network statunitensi. «La Clinton- dice- non è riuscita a scaldare i cuori. È un’ottima manager e le sue competenze, sia a livello di polita estera che interna, sono indiscutibili, ma non ha il talento di una politica nata. Basta osservare cosa è successo quando anche suo marito Bill ha partecipa agli eventi elettorali: il carisma di lui l’ha sopravanzata di netto. Quanto a Trump, ha capito lo stato d’animo degli scontenti e ha detto loro quello che essi volevano sentirsi dire, alla fine lo hanno votato. Inoltre è riuscito a costruirsi un personaggio in grado di occupare la scena, la sua imprevedibilità ha costretto i media a seguirlo di continuo, lui alzava gli indici d’ascolto e tra l’altro faceva guadagnare le tv perché consentiva di aumentare la raccolta pubblicitaria in quanto la gente si sintonizzava sui canali dove lui compariva. Tutti lo vedevano, tutti lo ascoltavano e alla fine gli hanno dato il consenso».

Di casa alla Johns Hopkins è l’economista Andrea Goldstein, direttore scientifico della società di ricerche economiche Nomisma, il quale prova a individuare le ripercussioni che la vittoria di Trump avrà sull’economia italiana: «Tre elementi della Trumpnomics, sono particolarmente critici. Il primo: con i suoi tagli (regressivi) nelle aliquote e aumento delle spese, si allargherebbe di molto il deficit fiscale e il debito pubblico passerebbe dal 77 % al 105 % del prodotto interno lordo. Trump sostiene che le sue ricette favorirebbero l’attività economica, ma si stima che la semplice stabilizzazione del debito al livello attuale richieda dieci anni di crescita al 3,5%, cosa che nessuno considera possibile.

Il secondo riguarda l’indipendenza della Federal Reserve, bastione della bassa inflazione. Trump l’ha criticata e ora ha la possibilità di nominare suoi alleati nel board. Terzo punto: Trump ha un’agenda che preoccupa a livello di politica economica internazionale. Ha minacciato di ripudiare il North America Free Trade Agreement (Nafta) e di imporre dazi del 45% sull’import dalla Cina. Ci perderebbero in primis gli americani più poveri che finirebbero per pagare di più per i prodotti made in China che rappresentano una parte importante del loro carrello della spesa. Ma ci sarebbero effetti anche sulla nostra economia: con meno soldi disponibili i cinesi spenderebbero meno e lo stesso farebbero gli americani».

Infine, il giurista Justin Frosini, docente alla Bocconi oltre che alla Hopkins, che conclude con una ventata di ottimismo: «Trump si dimenticherà dei discorsi barricadieri. Nelle democrazie ci sono pesi e contrappesi».

(Articolo pubblicato su Italia Oggi, il quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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