Da alcuni anni, grazie alla tecnologia, si può assistere in diretta e in alta definizione a una scelta di rappresentazioni del Met, della Royal Opera House, del Bolshoi, ed a volte della Scala e dell’Opera di Roma. Il programma è presente con successo in una sessantina Paesi (e in 3600 sale); quello della Royal Opera House in circa mille sale. Si possono prenotare i posti, il prezzo è contenuto (15 euro a poltrona) e c’è il bello della diretta: La Rai che cura La Scala e l’Opera di Roma ha fatto molto negli ultimi anni per migliorare la  qualità e ridurre il gap tecnologico. Chi difende l’esistente perde sempre.

Nel caso specifico, le esperienze dell’opera in diretta digitale HD mostrano che lo strumento non fa perdere pubblico all’opera dal vivo, anzi ne porta di nuovo, giovane. I grandi teatri stranieri  sfoggiano allestimenti e voci che in Italia solo La Scala e l’Opera di Roma possono permettersi, ma assistere a uno spettacolo al cinema vicino casa (fate la prova!) è come stare in sala nei posti migliori e si vedono primi piani indimenticabili. Negli intervalli si gira sul palcoscenico per assistere ai cambi-scena e nei camerini per interviste con gli artisti. È anche un modo per trovare nuovo pubblico in un fase in cui, a ragione di difficoltà finanziarie e di carenza di pubblico in alcune città, pare imminente la riduzione del numero delle fondazione liriche e la sostituzione di alcune di esse con “teatri lirici” finanziati da enti e sponsor locali.

Veniamo ai Les contes de Hoffmann di Jacques Offenbach della Royal Opera House di Londra, visti ed ascoltati al cinema Barberini di Roma il 15 novembre. È un lavoro inquietante, ancor più che ambiguo, che merita attenzione. È l’ultima composizione per la scena del maestro dell’operetta francese, che era diventato ricco e famoso grazie al successo di capolavori del teatro leggero (soffuso di satira politica e sociale) quali Orphée aux Enfers e La belle Helène. È anche la prima ed opera vera composta da Offenbach, rimasta mai completata a ragione della sua prematura morte. Più che incompiuta, Les contes de Hoffmann è stata lasciata in un’edizione ridotta, e in parte spuria, per le esigenze de l’Opéra Comique, dove un enorme successo in una versione che, con pochi adattamenti, è stata rappresentata sino alla metà degli Anni Settanta. Quando, ritrovati alcuni manoscritti, venne approntata l’edizione critica. Quest’ultima risultò di difficile, ove non impossibile, realizzazione scenica a ragione, se non altro, di quella che sarebbe stata la durata. Quindi, le produzioni (in teatro ed in disco) sono di norma varie contaminazioni delle versioni pubblicate dalla fine dell’Ottocento al 1934 con l’edizione critica del 1977. Non si tratta di un problema solo o principalmente filologico in quanto variano interi passaggi ed il peso relativo dei personaggi tanto che ad ogni edizione Les contes sembra un’opera nuova. Ma le chiavi di lettura cambiano in misura significativa. Mentre nelle versioni rappresentante sino alla fine degli Anni Settanta, Les contes aveva, nonostante il finale amaro, il tono di un’opera leggera, ove non quasi di un’operetta (almeno sino alla metà del secondo atto), l’edizione critica è apparsa drammatica, con passi cupi e temi demoniaci. Qualcosa di ben diverso, quindi, di un “piccolo Faust” da Terza Repubblica. Un lavoro è tanto più inquietante in quanto può essere presentato e compreso in modi molto differenti.

L’apologo di Hoffmann (pittore, poeta scrittore e musicista della Prussia  della prima metà dell’Ottocento), delle sue quattro donne, della musa/ispiratrice di lui innamorata e del mefistofelico deuteragonista (che lo sconfigge ad ogni occasione) viene frequentemente letto come quello dell’incapacità di relazioni vere e di una vita trascorsa in rapporti interinali inconcludenti. Spesso il protagonista è presentato come uomo giovane ed attraente. Per molti aspetti ricorda un bel racconto di Ernest Hemingway sullo stesso tema – “Le nevi del Kilimajaro”. Il protagonista , ammalato, ricorda storie di amore inconcludenti. Nell’edizione in scena a Monaco (una coproduzione con l’English National Opera di Londra), Richard Jones porta l’azione in un’epoca imprecisata della prima metà del Novecento. Hoffmann corteggia Stella, soprano di successo, ma mentre lei è impegnata nel Don Giovanni, si ubriaca di birra nella taverna accanto al teatro e si ricorda delle sue donne precedente: Olimpia, la amò alla follia per accorgersi che era un automa; Antonia, ammalatissima tanto che l’amore la fa perire; Giulietta, affascinante ma essenzialmente una prostituta che vive in un mondo di malaffare. Ciascuna delle tre (pure la bambola) lo tradisce. E al termine del Don Giovanni, Stella da un’occhiataccia all’ubriaco e se ne va con un signore elegante.

La Royal Opera House propone la ripresa di una produzione storica creata nel 1980 dal Premio Oscar John Schlesinger. Un’edizione si potrebbe dire viscontiana per i dettagli ed il lusso di scene e costumi e la cura della recitazione. Vittorio Grigolo, Thomas Hampson, Sofia Fomina, Christine Rice, Sonya Yoncheva, hanno i ruoli principali. Sul podio Evelino Pidò. Tra i prossimi spettacoli Il Trovatore, Madama Butterfly, e Otello (diretto da Antonio Pappano e con il debutto nel ruolo di Jonas Kaufgmann). La stagione HD del Metropolitan include: Don Giovanni, Nabucco, Romeo e Giulietta , La Traviata, Idomeneo, Onegin e Der Rosenkavalier. 

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