Il 30 Novembre inizia per il San Carlo di Napoli inizia una “stagione” di grande rilievo: ben 17 titoli di opera (a cui aggiungere quelli di balletto), con un mix intelligente di riprese di produzioni di successo, di novità assolute e di riscoperte. Un programma non inferiori a quelli della Scala e del Teatro dell’Opera di Roma e che dovrebbe riconfermare la posizione della fondazione napoletana tra le maggiori della penisola.

La stagione debutta con Otello di Gioacchino Rossini, che non si vede in Italia, se ben ricordo, dal Rossini Opera Festival 2008, quando venne presentata una produzione, curata da Giancarlo Del Monaco, vista successivamente a Losanna ed alla Deutsche Oper di Berlino (dove è entrata in repertorio). Un allestimento allora giudicato controverso senza scene dipinte ispirate ai vedutisti veneziani ma una grande sala (con tante porte) di inizio Ottocento. In questa “prigione” (per Desdemona), con il mare ed il cielo sempre presenti, si svolgeva una vicenda che solo nel finale si riallaccia alla tragedia di Shakespeare.

Nel primo e nel secondo atto, il nobile Elmiro vuole dare Desdemona in sposa al figlio del doge Rodrigo, ma la fanciulla si è maritata in segreto con Otello. Iago ordisce l’intrigo che porterà alla tragedia. Rossini e Berio di Salsa scrissero anche un “lieto fine” per il pubblico di Roma e Firenze, che non amavano uscire dal teatro in lacrime. Nell’Ottocento (prima che apparisse l’”Otello” di Verdi) il lavoro ebbe enorme successo. Il silenzio (sino al secondo dopoguerra) deve imputarsi sia alla fragilità del libretto sia alle difficoltà vocali, non ultima quella di disporre di tre tenori per controbilanciare un soprano di agilità in grado tanto degli acuti più spericolati quanto di tonalità  molto gravi. L’opera venne costruita su Isabella Colbran, che all’epoca aveva un ménage trois con il giovane Rossini ed il maturo impresario Barbaia. Rossini le contrappose tre tenori: uno dalla vocalità larga e spianata (Otello), un contaltrino di agilità,con una tessitura dal mi bemolle al do acuto (Rodrigo), ed un terzo dal timbro scuro quasi baritonale (Iago).

Ben differente la produzione che si vedrà a Napoli a 200 anni dalla composizione e prima assoluta, avvenuta il 4 dicembre 1816 al Teatro del Fondo (e non al San Carlo, a causa dell’incendio che aveva distrutto il Real Teatro nel febbraio del medesimo anno), commissionata da Domenico Barbaja, che si dice abbia rinchiuso Rossini, senza permettergli di uscire, per costringerlo a terminare in tempo la musica per il libretto di Francesco Berio di Salsa.

L’opera, la seconda del periodo napoletano di Rossini (1815 – 1822), attinge solo in parte a The Tragedy of Othello, the Moor of Venice di William Shakespeare (soprattutto nel finale), più nitidi sono invece i riferimenti a Othello, ou Le more de Venise, di Jean François Ducis, del 1792, e a un balletto, ispirato al testo di Ducis, Otello ossia il Moro di Venezia, per la musica di Wenzel Roberto Gallenberg, rappresentato al San Carlo nel 1807 e che Berio vide. Studi recenti hanno inoltre messo in luce la possibile influenza di Otello, azione patetica in cinque atti del barone Giovanni Carlo Cosenza, rappresentato sempre a Napoli nel 1813.

Otello venne riproposto al Teatro di San Carlo in 22 edizioni diverse e più di 200 recite solo nell’Ottocento (la prima nel gennaio del 1817 -pochi mesi dopo la riapertura-, l’ultima nel novembre del 1867), una fortuna che coronò il titolo per 50 anni consecutivi; in seguito all’Otello di Verdi (composto nel 1887 e rappresentato a Napoli per la prima volta nel febbraio 1888), il titolo rossiniano venne trascurato e al San Carlo mai più riproposto per tutto il Novecento, fino all’allestimento odierno.

Questa nuova produzione, realizzata interamente dai Laboratori di Scenografia del Teatro di San Carlo, è l’occasione per la prima regia lirica di Amos Gitai, regista impegnato, di origine israeliana, dalla quarantennale esperienza e più di cinquanta pellicole (ricordiamo ad esempio Kippur del 2000, Free Zone del 2005, Rabin, the last day del 2015), molte delle quali presentate e apprezzate ai Festival cinematografici più importanti.

I premi Oscar Dante Ferretti (nel 2000 per The Aviator di Martin Scorsese; nel 2008 per Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street di Tim Burton; nel 2012 per Hugo Cabret sempre di Martin Scorsese) e Gabriella Pescucci (nel 1994 L’età dell’innocenza, The Age of Innocence ancora di Martin Scorsese) hanno firmato rispettivamente scene e costumi. Le luci sono curate da Vincenzo Raponi.

La direzione d’orchestra è stata affidata a Gabriele Ferro, già direttore musicale del Teatro di San Carlo dal 1999 al 2004, al suo debutto in Otello, grande esperto della musica di Rossini, con un bagaglio di esperienza che contempla più di 230 titoli affrontati durante la carriera.

Il cast conta interpreti acclamati dalla critica internazionale, quali John Osborn che si alterna a Sergey Romanovsky nel ruolo di Otello, Nino Machaidze e Carmen Romeu nel ruolo di Desdemona, che fu di Isabella Colbran, Maria Malibran e Giuditta Pasta per citare solo alcune interpreti passate alla storia; Dmitry Korchak e Giorgio Misseri in Rodrigo, Juan Francisco Gatell e Francisco Brito in Jago, Gaia PetroneEmilia, Mirco Palazzi Elmiro, Nicola Pamio il Doge, Enrico Iviglia, il Gondoliere. É l’opera dei “tre tenori”, in quanto i tre ruoli principali (Otello, Jago e Rodrigo), devono essere interpretati, appunto, da tre voci maschili appartenenti a questo registro vocale.

Durante la serata inaugurale il foyer del Teatro di San Carlo ospiterà un’esposizione curata da Bulgari Italia (cfr. materiale allegato e le foto dei gioielli sono scaricabili a questo link e una statua, raffigurante Gioachino Rossini, realizzata da Marcos Marin (cfr. materiale allegato).

“Il nostro Otello rossiniano è un capolavoro, un vero diamante, incastonato nella grande corona del melodramma– afferma Rosanna Purchia Sovrintendente Teatro di San Carlo –, che siamo felici di riportare nuovamente alla luce, a 200 anni dalla composizione, e a 150 dall’ultima esecuzione al San Carlo, con un team creativo di fama internazionale, Amos Gitai, Dante Ferretti, Gabriella Pescucci, con Gabriele Ferro sul podio dei nostri complessi artistici, e un cast davvero importante.

Per continuare questa “preziosa” metafora, legata alla bellezza dell’opera, non è un caso che Bulgari sia partner nella serata inaugurale ed esponga alcuni gioielli della sua straordinaria collezione.

Il legame con la Maison riconduce a una lontana identità napoletana, che lega le due istituzioni già dalla fine dell’Ottocento, quando Sotirio Bulgari, nel 1881, arrivò a Napoli. Due brand storici che hanno fatto della propria arte un’eccellenza conosciuta in tutto il mondo”.

“Per questo nuovo allestimento – afferma Paolo Pinamonti, Direttore Artistico del Teatro di San Carlo-  Amos Gitai, una delle figure di spicco nel panorama artistico contemporaneo, architetto, regista cinematografico, sceneggiatore, scrittore, legato, anche per ragioni biografiche, ai terribili drammi dei conflitti odierni, ha cercato una lettura di attualità del dramma di una figura archetipica dell’immaginario letterario occidentale come Otello. Amos Gitai, è coadiuvato da Dante Ferretti per le scene e Gabriella Pescucci per i costumi, che danno forma ad una visione dello spettacolo che cerca in più punti di instaurare un ponte tra il 1816 e il 2016, tra le scene imponenti dei tre atti e costumi e proiezioni che evocheranno drammi moderni. Gabriele Ferro è un direttore di raffinatissima sensibilità musicale, che può apportare ad una partitura ricca e complessa come l’Otello la sottolineatura delle cangianti atmosfere sonore protoromantiche. La sua dimestichezza con Rossini, e con il Rossini serio, è una garanzia anche in termini di prassi esecutiva e di organici.”

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