L'intervento di Silvia Minardi, Presidente Progetto Magenta

E alla fine siamo arrivati al D-day. Dopo una campagna elettorale infinita gli americani sono chiamati al voto. Un voto il cui esito avrò la possibilità di seguire in diretta nel corso di un ricevimento organizzato dall’ambasciata Usa a Roma, alla quale ho avuto l’onore di essere stata invitata.

È stata una campagna elettorale strana, con un candidato repubblicano semi disconosciuto dal suo stesso partito e una candidata democratica rivelatasi, sin dalla nomination, più vulnerabile del previsto.

In questi mesi abbiamo letto molte analisi per cui non annoierò i lettori aggiungendone un’altra. Voglio invece lanciare tre domande, alle quali inizieremo ad avere gradualmente risposta a partire dalla sera (per noi) del voto.

COSA DICONO I SONDAGGI?

Se sono stati affidabili o meno lo vedremo la sera stessa del voto. Si è parlato molto del potenziale bacino di voti di ciascun candidato ma molto poco della loro distribuzione tra i vari Stati.

Come è noto ogni Stato esprime un certo numero di grandi elettori, per cui ogni voto in più oltre la maggioranza più uno in uno Stato, è un voto in un certo senso sprecato.

Non solo, tra i vari Stati quelli che faranno la differenza sono i cosiddetti Swing States, quelli contendibili, che potrebbero andare a Trump o alla Clinton per una manciata di voti, determinando così la vittoria per l’uno o per l’altra.

Secondo i sondaggi in questi Stati chiave Hillary Clinton dovrebbe partire leggermente favorita ma oggi, dopo la riapertura del mailgate, vedremo cosa accadrà.

QUALE RUOLO DARÀ AGLI USA IL NUOVO PRESIDENTE? 

Qui occorrerà qualche mese per saperlo e non solo per il naturale “rodaggio” che ad ogni nuovo presidente è doveroso riconoscere, ma anche perché l’insediamento si svolgerà come da prassi a gennaio, quando appunto i grandi elettori dei vari Stati avranno ratificato la vittoria sancita dal voto popolare.

In politica interna l’economia americana mostra segnali di ripresa che si vanno irrobustendo, anche sul versante dell’occupazione.

In politica estera però gli Usa escono male soprattutto dalla crisi siriana, dove di fatto non hanno giocato il classico ruolo guida da superpotenza che tutti si aspettavano.

I fantasmi della guerra irachena del 2003 sono ancora forti e alla Casa Bianca abbiamo visto un Presidente esitante, delle cui indecisioni la Russia ha saputo approfittare.

Il nuovo inquilino di Pennsylvania Avenue dovrà ridare un ruolo all’America anche in questo cruciale scacchiere nel quale, stando alle cronache di questi giorni da Mosul, si inizia già a ragionare sui possibili scenari post Isis.

IL FENOMENO TRUMP È DESTINATO A RIPETERSI? 

La candidatura di Trump rappresenta perfettamente quella nuova spaccatura – il cleavage come lo chiamano i politologi –  che nelle società occidentali sta emergendo con chiarezza. Non più la tradizionale distinzione tra destra e sinistra, ma quella tra globalisti e impauriti. Una nuova e trasversale frattura tra chi vuole aprirsi al mondo e chi ha paura della globalizzazione, spesso anche a ragione, e chiama all’innalzamento di nuovi muri, come quello che Trump promette al confine con il Messico.

Si tratta di una spaccatura emersa già anni fa ma che il terrorismo e l’immigrazione hanno reso più profonda, lo si è visto bene con il voto sulla Brexit a giugno.

Per rispondere a questa domanda occorreranno tempi più lunghi rispetto alle altre due, però è innegabile che qualcosa nel profondo delle società occidentali sia mutato. Si tratta di un mutamento che produce talvolta risultati elettorali difficili da gestire. Se il Congresso risulterà dominato dal partito avversario di quello del Presidente, quest’ultimo ne sarà indebolito.

Un’eventualità prevista dall’architettura istituzionale statunitense ma che stavolta, dato il livello di scontro raggiunto tra i due candidati, potrebbe portare ad una paralisi costituzionale.

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