Il commento dell'economista Giuseppe Pennisi

Leggendo le cronache della crisi di governo, a cui il capo dello Stato sta cercando una soluzione entro domenica o lunedì, mi è tornata in mente quello che considero il miglior dramma di William Inge, uno dei maggiori drammaturghi americani del Novecento: Il Buio in Cima alle Scale. Ambientato nell’Oklahoma degli anni Trenta, si addetta alle vicende politiche italiane di questi giorni non perché tratti dei problemi di una famiglia in difficoltà ma perché riguarda cosa nasconde, per l’appunto, il buio in cima alle scale.

In periodi ordinari, di fronte a una crisi di questa natura, e di fronte a un presidente del Consiglio che ha dichiarato che avrebbe lasciato la politica (non solo la carica istituzionale), ove il referendum avesse bocciato la riforma della Costituzione da lui allestita, si sarebbe chiamata una figura istituzionale per gestire gli affari correnti sino alla decisione della Consulta sulla legge elettorale denominata Italicum e, una volta fatte le modifiche pertinenti alle legge elettorale, convocate le elezioni. Ma dietro il buio in cima alla scale c’è qualcosa di molto importante. Non tanto i vitalizi dei parlamentari che superano di quattro anni e sei mesi il loro mandato, quanto le nomine dei presidenti, dei consigli di amministrazione e degli amministratori delegati di gran parte dell’economia italiana in cui la mano pubblica conta ancora: Eni, Enel, Terna, Leonardo (ex Finmeccanica), Poste, nonché Agenzia delle Entrate, Agenzia del Demanio e numerose piccole istituzioni. Tutte queste cariche scadono in primavera. La legge n. 444 del 15 luglio 1994 ha disciplinato la prorogatio degli organi amministrativi, la cui configurabilità era stata a lungo dibattuta in dottrina e in giurisprudenza. Essa consente la prorogatio degli organi dello Stato, degli enti pubblici o a partecipazione pubblica, per i 45 giorni successivi alla scadenza; durante questo periodo possono essere adottati atti di ordinaria amministrazione e atti urgenti e indifferibili, con indicazione dei motivi di urgenza e di indifferibilità.

Questa è una delle determinanti che indurrebbe Matteo Renzi a essere incaricato, anche se con il mandato limitato di guidare un governo di scopo per la preparazione della compagna elettorale. E’ stato suggerito da taluni che, in mancanza di un suo incarico, venga assicurato un posto di sottosegretario al suo fidatissimo Luca Lotti per presidiare le nomine. Utilizzando la prorogatio si potrebbe portare la nave (delle nomine) in porto e accontentare i parlamenti con il raggiungimento dei termini per i vitalizi.

E’ un’ipotesi fattibile? Non solamente il resto del Pd (e della stessa opposizione) paventano l’affidamento delle nomine di oltre metà dell’economia italiana a un piccolo gruppo di una parte del principale partito in Parlamento. C’è poi un problema giuridico molto più serio: può un “governo di scopo”, destinato a predisporre le elezioni, andare così marcatamente al di fuori dei propri confini e delineare il settori pubblico per i prossimi anni? E’ anche un forte dubbio politico.

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