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Così alla Luiss Bassanini, Macchiati, Messori e Padoan invocano il sì al referendum costituzionale

Pier Carlo Padoan e Franco Bassanini

“It takes two to tango”, bisogna essere in due per ballare il tango e magari, in questo caso, anche un po’ di più. È un ritorno a una encompassing coalition sul modello della democrazia cristiana quello che Alfredo Macchiati, docente di Politica economica all’università Luiss-Guido Carli, auspica nel suo libro “Perché l’italia cresce poco” (Il Mulino), presentato ieri nella sede dell’ateneo di Confindustria. “Una maggiore inclusività fra le forze politiche è una condizione necessaria per far bene le riforme” spiega l’economista, che individua nell’allentamento dei vincoli europei sul bilancio pubblico e in una seria riforma dell’imposizione fiscale, i fattori che possono far arrivare i benefici delle riforme in tempi più brevi. Il volume esamina le cause del ristagno che blocca l’Italia da oltre vent’anni e le rintraccia soprattutto nella debolezza e allo stesso tempo nell’onnipresenza dello Stato. “La prospettiva dell’autore è avvincente e ricca di dati e approfondimenti. Riguarda la qualità delle istituzioni in termini di governance e rintraccia gli ostacoli che le istituzioni incontrano nel far crescere il paese e ad andare incontro all’innovazione”, ha detto Andrea Prencipe, prorettore vicario della Luiss, che ha introdotto il dibattito moderato da Ferdinando Giugliano di Repubblica.

PADOAN: GLI OSTACOLI ALLA CRESCITA ECONOMICA E LA RIFORMA DEL TITOLO V
Ostacoli che il ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan ha illustrato richiamando Mancur Olson e il suo “Ascesa e declino delle nazioni”: “Olson prende in considerazione paesi dinamici poi diventati stagnanti, Giappone e Italia, accomunati dalla perdita della guerra, che si sono ritrovati a dover ricostruire le istituzioni e l’economia. Le istituzioni giovani generano dapprima dinamismo, poi gruppi di potere e di blocco che impediscono la crescita economica”. Da ciò discende un circolo vizioso, che il ministro spiega così: “Le istituzioni diventano sclerotiche, il modello economico che aveva successo diventa sempre meno competitivo e richiede un cambiamento cuturale, che viene però impedito dalle istituzioni”. Poi anche il consenso politico e sociale viene meno: “Per effettuare le riforme ci vuole il consenso, che non è facile da ottenere, perché le riforme hanno sempre costi presenti e vantaggi futuri. Il compito della politica economica, in una situazione di questo tipo, è capire la domanda di miglioramento, chiedersi se le politiche in atto siano adeguate e nel caso, proporre altre risposte”.

Come era prevedibile la presentazione ha dato l’occasione ai relatori per dire la propria sul referendum. “Le riforme vanno avanti se sono supportate da gruppi di interesse forti, per usare le parole di Olsen”, continua Padoan, “e possono interagire fra loro in modo positivo. Le riforme istituzionali servono in sè e a far funzionare meglio quelle economiche. La riforma del Titolo V, ad esempio, sottoposta a referendum, si pone come scopo quello di semplificare il campo di azione di Stato e Regioni ed evitare le ambiguità, che sono fonte di immobilismo. E’ necessario mettere a punto una strategia di riforma complessiva, perchè un quadro istituzionale chiaro facilita tutte le altre riforme. L’Europa ci sta sottoponendo a un’enorme pressione di riforma delle istituzioni, per la quale è necessario un enorme sforzo di capitale politico”.

IL PUNTO DI VISTA DI BASSANINI, MACCHIATI E MESSORI
“La riforma del Titolo V è decisiva ed è un peccato che non si possa votare separatamente”, sottolinea Macchiati. “Nel libro c’è anche un cenno al bicameralismo perfetto, anche se i sistemi internazionali di approvazione delle leggi sono ardui da comparare, l’Italia impiega comunque tempi più lunghi, ma non voglio fare un spot per il sì. Speriamo che il 4 dicembre sia un viatico per proseguire le riforme, ma se non lo sarà, ne usciremo fuori comunque”. Più netto Franco Bassanini, che vede nella vittoria del no lo specchio dell’immobilismo del paese: “Il vero problema è che il 4 dicembre rischiamo di dare al mondo e a noi stessi l’idea che la breve stagione delle riforme si sia conclusa con un arresto”. Mentre Marcello Messori incastra il referendum nel panorama internazionale incerto che si prospetta per il 2017: “Penso che sia necessario non interrompere questo processo di riforme, che ha moltissima tela da tessere: questo avverrebbe in un contesto internazionale sfavorevole cominciato con Brexit e che si chiuderà con le elezioni in Germania o in Italia e che vede l’Unione europea in fase di stallo a causa delle altre elezioni imminenti. Inoltre l’elezione di Donald Trump ha causato la rottura fra il mercato reddito fisso e il mercato azionario più violenta dal secondo dopoguerra ad oggi, dunque qualsiasi shock istituzionale probabilmente avrà effetti importanti”.

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