L'analisi di Oscar Giannino

Il sindaco Raggi e la sua giunta capitolina hanno tempo fino al 28 febbraio per riscrivere e approvare il bilancio previsionale di Roma 2017-2019. E’ il termine previsto per tutti i Comuni dalla legge di bilancio 2017, ma non sarà facile rispettarlo. Perché la stroncatura alla bozza di bilancio venuta dall’Oref, l’organo indipendente di revisione finanziaria del Campidoglio, è veramente durissima. Purtroppo, si aggiunge ai troppi e troppo gravi incidenti nella formazione della giunta e dello staff del sindaco, protrattisi per sette mesi. Ma è più grave. Basta leggere i rilievi contenuti nelle 46 pagine dell’Oref, per capire che mancano ancora troppi presupposti essenziali per dare ordine ed equilibrio ai disastrati conti romani ereditati dalla giunta attuale.

Si manifestano almeno quattro emergenze una più seria dell’altra. Rispettare i termini del rientro del deficit, contrattati in cambio dell’ultimo decreto governativo Salva-Roma di fine 2013. Fronteggiare gli oneri aggiuntivi dei nuovi debiti fuori bilancio, nel frattempo emersi. Ridare all’amministrazione capitolina capacità, efficacia e trasparenza nel portare in cassa risorse proprie da canoni, imposte e tariffe, che la macchina amministrativa romana non riesce da anni a introitare in percentuali minimamente accettabili (è emergenza ancor più grave perché, con la riforma dei criteri contabili delle Autonomie, è cessata intanto la possibilità di “giocare” creativamente con residui attivi e passivi monstre). Infine, fronteggiare il disastro delle maggiori partecipate pubbliche romane, a cominciare da Atac e Ama, facenti capo alla holding Roma Capitale, il cui potenziale squilibrio è stato cifrato fino a un miliardo di euro dall’ex ragioniere generale del Comune Fermante, prima delle sue dimissioni che, annunciate a fine settembre, sono poi – incredibilmente – diventate ufficiali solo a novembre.

L’Oref scrive che il documento previsionale presentato dalla giunta Raggi non restituisce l’equilibrio pregiudicato a nessuno di questi quattro pilastri. Non prevede interventi correttivi necessari al pareggio. Ricorre a previsioni di entrata non strutturali. Non indica modalità efficaci di recupero delle entrate tributarie e patrimoniali. Non presenta un piano di razionalizzazione e cessione delle partecipate, piano a cui la Capitale è tenuta per legge. Non prevede soluzioni per la gestione degli emersi oneri aggiuntivi fuori bilancio, né per le tensioni di liquidità che si aggiungono alla rata annuale di ammortamento di 200milioni, e che si genereranno nel 2017 per la gestione commissariale dei 13 miliardi di euro separati dal bilancio, grazie al primo Salva-Roma che il governo di destra concesse all’allora sindaco Alemanno. E ci fermiamo qui, solo restando ai capitoli fondamentali.

Come si vede, le motivazioni della bocciatura non vengono da dettagli tecnici su questa o quella misura. E’ la mancanza di una visione generale volta al riequilibrio, al risanamento e all’efficienza, quella che viene argomentatamente contestata alla giunta capitolina. Una visione generale certamente molto difficile da elaborare, quando si hanno esigui margini a disposizione a fronte di squilibri strutturali che potenzialmente potrebbero superare i 2 miliardi sui poco più di 5 di entrate. Quando i romani subiscono già il massimo delle sovra aliquote Irpef e Irap e, sommando Comune e Regione, pagano già oltre 750 euro l’anno oltre la media nazionale. E quando la macchina comunale perde oltre 100 milioni di affitti l’anno sul suo patrimonio immobiliare, sconta 1,3 miliardi di euro di mancati pagamenti Tari (che vanno direttamente nelle casse dell’Ama, diversamente che in tutti i Comuni italiani) e 1,5 miliardi di mancate tariffe per servizi, e non riesce a processare l’anno oltre i 10% degli arretrati Imu. Col risultato che Roma incassa solo 900 milioni l’anno aggiuntivi ai trasferimenti centrali e alle tasse, rispetto ai 4 miliardi di euro di Milano, che ha meno della metà degli abitanti.

Il risultato è che ora il fantasma di un possibile commissariamento, se non verranno rispettati i tempi di fine febbraio, inizia ad aleggiare sui Colli fatali di Roma. Speriamo che di fronte a questa circostanza sindaco e giunta trovino tutta la concentrazione necessaria per evitare alla Capitale di scendere un altro gradino verso lo sprofondo. Anche se con quel che si è visto in sette mesi ogni pessimismo è legittimo, tuttavia il sindaco sa di non poter contare su un rapporto politico e istituzionale con il governo analogo a quello che consentì ad Alemanno di ottenere il primo decreto Salva-Roma, e a Ignazio Marino di ottenerne un secondo, perché anche lui – se lo ricordi bene il Pd che ora fa il “puro”, perché le cose andarono così – non riuscì senza una energica stampella governativa a venire a capo della sua prima proposta di bilancio, quella per il 2014.

A maggior ragione, nelle prossime otto settimane il sindaco Raggi deve riuscire a mostrare quel che non si è visto in sette mesi. Un organico progetto che metta insieme visione politica – quella della sua parte politica – rigore credibile dei conti e sostenibilità degli investimenti, necessari a quelle partecipate pubbliche romane da non destinare a cessione o liquidazione. E’ una sfida enorme. Su cui gravano troppi errori sin qui commessi. Ma che non ammette, questa volta, vie d’uscita diverse dal successo o dalla piena sconfitta. Con tutte le conseguenze che ciò comporterebbe anche sulla scena politica nazionale.

(Estratto di un articolo più ampio pubblicato sul sito dell’Istituto Bruno Leoni)

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