Il commento di Andrea Montanari, giornalista di Mf/Milano Finanza

L’opa su Parmalat è la logica – e invero un po’ ritardata – conseguenza di un percorso iniziato più di cinque anni fa Non gridiamo all’ennesimo scandalo. E gridare all’attentato all’italianità in questo momento è davvero fuori luogo. Perché Parmalat non è più italiana dal marzo del 2011. Peccato ma ci si poteva, o doveva, pensare allora, quando la società alimentare di Collecchio cercava una sua nuova vita dopo il più clamoroso del crack finanziari del Vecchio Continente (14 miliardi il buco creato e lasciato dai Tanzi, nessuno in Europa ha fatto peggio) e la gestione del commissario Enrico Bondi e aveva bisogno di un cavaliere bianco.

C’era, all’epoca, un’ipotesi di sistema: si chiamava Granarolo. Ed era già nato l’acronimo Parmarolo, a difesa uno dei grandi marchi nazionali del settore alimentare (o food che dir si voglia), uno dei fiori all’occhiello del made in Italy. Era sceso in campo l’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Era stata coinvolta la banca di sistema per eccellenza, Intesa Sanpaolo , ancora oggi azionista di Granarolo. E si voleva chiamare la Cassa Depositi e Prestiti. Gli stessi protagonisti, governo, Cdp, Intesa , che oggi dovrebbero intervenire per salvare Mediaset dalla possibile scalata della transalpina Vivendi .

Alla fine il progetto saltò e la Parmalat finì in mani francesi: per 2,455 miliardi se l’aggiudicò la famiglia Besnier del colosso Lactalis, attraverso la holding Sofil. Che pagò Parmalat in larga parte con la cassa (1,5 miliardi) che la stessa Parmalat aveva accumulato grazie alle cause legali intentate da Bondi. Un’occasione unica per imprenditori scaltri come i Besnier che dominano il mercato del latte in terra di Francia e non solo e che in Italia sono presenti da anni con marchi affermati quali Invernizzi, Galbani, Cademartori e Vallelata.

E così, Parmalat a suon di acquisizioni (in Italia, Brasile, Australia e Messico, per un totale di due miliardi), è cresciuta ancora, anche se più volte i sindacati hanno protestato e chiesto maggior trasparenza (“La scelta del gruppo Lactalis è quantomeno discutibile se si parla di una multinazionale con un deficit di trasparenza nella gestione del bilancio”, ha dichiarato ieri Mauro Macchiesi, segretario nazionale della Flai Cgil) e i piccoli azionisti hanno chiesto, ripetutamente, maggior attenzione e più spazio, senza ottenere alcunché.

Anzi, i Besnier ne hanno limitato ancora di più il raggio d’azione. Ora Azione Parmalat, e probabilmente anche il fondo Amber, chiederanno una revisione al rialzo dell’opa ma difficilmente saranno accontentati. Anche se in effetti il prezzo proposto, 2,80 euro, è di poco superiore a quello offerto cinque anni (2,60 euro) fa per comprarsi tutta l’azienda alimentare. In realtà il delisting è cosa buona per un titolo potenzialmente blue chip ma dal flottante davvero misero (i Besnier detengono l’88% di Collecchio).

La società nel frattempo è cresciuta in termini assoluti: il giro d’affari consolidato è salito da 4,91 miliardi a 6,42 miliardi di fine 2015, mentre al 30 settembre era in calo del 2,4% a 4,63 miliardi e l’ebitda è passato dai 379 milioni del 2011 ai 454,4 milioni dello scorso esercizio, per salire a 313,4 milioni, +0,4%, nei nove mesi di quest’anno.

L’utile è invece decisamente in calo visto che è sceso dai 224,3 milioni del 2011 ai 203 milioni del 2014 ai 145,8 milioni del 2015 e ai 107,5 milioni dello scorso 30 settembre. Ma il dato più emblematico è quello relativo alla cassa, scesa da 1,5 miliardi a 301 milioni (2015) e addirittura a 119 milioni al 30 settembre 2016, in seguito allo shopping globale e al pagamento dei dividendi.

Insomma, quel che resta i Besnier preferiscono non dividerlo con nessuno.

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