L’esito del Referendum Costituzionale di questo 4 dicembre 2016 non è ancora definitivo, mentre sto scrivendo. Volevo aspettare fino all’ultimo, ma il trend sembra ormai stabilizzato con oltre il 70% delle sezioni scrutinate il Si è fermo al 40% e il No al 60%. Una rimonta è possibile, un sorpasso impossibile.

Ci sarebbero da dire molte cose, mi limito a fare un’osservazione cruda e che può anche sembrare cinica: la maggioranza silenziosa delle italiane e degli italiani non era né con Matteo Renzi né con il Partito Democratico. Della eventuale vittoria del no ero possibilista, ma non mi sarei mai aspettato un risultato così chiaro, netto e travolgente, come hanno scritto alcuni giornali stranieri. La portata di questo risultato è notevole, poiché ha partecipato quasi il 70% delle italiene e degli italiani. Il dato è di per sé più che positivo: è dimostrato che quando la popolazione è interpellata su questioni cruciali, si mobilita. Se questo risultato sia un bene o un male non posso esprimermi, né voglio farlo in questi termini. Lo si vedrà col tempo.

Ci sono però delle riflessioni che vanno fatte. Da cui non possiamo prescindere. Cercherò di esporle nel modo più sintetico e chiaro che posso.

Ho ascoltato l’intervento del Premier Matteo Renzi e devo dire che sono rimasto poco soddisfatto. Quello che è emerso, a parte passaggi appassionati e commossi, è stato in sostanza un “non mi avete capito” e “ci ho provato, poi non lamentatevi”.

La sconfitta è stata fin troppo netta, e avendo personalizzato lo scontro, sbagliando terribilmente, ha fatto tutto come se il voto fosse su di lui e non sulla riforma. Ma coerentemente, bisogna dargnene atto, ha deciso di dimettersi avendo percepito questo No, come un No su di lui. Tuttavia, non si può liquidare il tutto in modo tanto semplice: se la maggioranza silenziosa è andata in una direzione opposta rispetto a quello che si è creduto, detto o anche solo sperato, non si può incolpare quella maggioranza silenziosa di essere sciocca, di non aver capito, di essere incoerente o chissa cosa altro. No, si dice chiaramente che non la si è capita, che non si è stati capaci di interpretare quello che il Paese chiedeva, voleva, gridava. Questa è la vera sconfitta: il fallimento di una visione politica, di 1000 giorni passati a non ascoltare né interpellare quella maggioranza silenziosa. L’errore di fondo sta lì. Inizia ben prima di questa riforma costituzionale. Le cose sarebbero potute andare molto diversamente se ci fosse stato un clima diverso, una strategia diversa, meno arroganza e più disponibilità alla cooperazione, specie con il proprio partito. Il margine con cui il No ha prevalso lascia dire senza problemi che la minoranza PD che ha espressamente detto di votare No è stata marginale. Si tratta di qualche cosa di molto più ampio: in quel No c’è un pezzo di centro-sinistra uscito dal PD così come un centro destra che si ricompatta e che torna ad essere un avversario temibile. Tuttavia, vorrei invitare tutte e tutti ad evitare di fare paralleli diretti tra votanti del No e partiti. La cosa è più complessa. Così come non tutti quelli che hanno votato sì sono del PD. Si tratta di scelte operate in modi assai diversificati tra loro. Per questo non è ipotizzabile di mettere i remi in barca, come si suol dire.

Ma che succede ora nel concreto?

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dovrà ora decidere se sciogliere le camere o tentare di formare un governo di scopo, per questo anno che resta di legislatura. Sarà probabilmente l’unico passo da fare, poiché c’è la legge di bilancio da approvare e una legge elettorale da rifare. Altrimenti avremo una camera eletta con un sistema maggioritario e una con sistema proporzionale su base regionale. Uno scenario da incubo. Si rischia, infatti, nessuna maggioranza chiara anche a questo giro e conseguente necessità di un accordo tra le forze esistenti. Con un M5S purista che non vuol sporcarsi le mani e che avrà, presumibilmente, un risultato importante, la formazione di un governo rischierà di essere pressoché impossibile o di riproporsi una coalizione tra centro sinistra (o quel che ne resta) e il centro destra (o quel che ancora non sappiamo cosa essere…).

Oggi è il 5.12 e come avevo scritto in una nota con Simone Oggionni, ci si rimbocca le maniche per tornare a ricomporre il campo progressista del centro-sinistra. Poiché il 2018 è vicino, forse anche prima, e dunque dovremmo essere tutti pronti. Il PD è il pilastro del centro sinistra italiano, dovrà capirlo prima di tutto il PD stesso ed è attorno a lui che si possono coalizzare quelle forze che potranno consentire al Centrosinistra di rinascere e tornare ad essere credibile e meritevole della fiducia delle elettrici e degli elettori.

Questa sfida non significa la fine del PD, né della sinistra italiana e anzi, dovrà essere motivo di serio impegno e di lavoro incessante per trovare quel punto di equilibrio che è mancato in questi anni e che ci ha fatto perdere tante opportunità.

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