L'intervento di Valerio Gironi

Con il loro No 19 milioni di italiani hanno respinto la proposta di riforma costituzionale e, tra le altre cose, hanno affermato che il Cnel ha diritto a una seconda occasione. Stare adesso a discutere se il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro sia utile o meno è perfettamente inutile, visto, appunto, il risultato referendario e la derivante chiara manifestazione di volontà del popolo sovrano. Per cui è tempo di passare alle proposte. Prima fra tutte evitare che Villa Lubin, la prestigiosa (ma vituperata), sede del Consiglio dentro Villa Borghese, torni ad essere quel parcheggio-poltronificio che l’ha caratterizzata nell’ultimo ventennio e in cinquanta anni di attività non è cosa di poco conto.

C’è anche da superare la politica dell’ingerenza che ha di fatto svilito prerogative e ruoli degli stessi dipendenti di un organo di rilevanza costituzionale, che dovrebbero rispondere non alle paturnie di questo o quel Consigliere (soprattutto di parte sindacale), bensì alle norme contrattuali e di legge che regolano i rapporti della pubblica amministrazione. Poi sul Cnel è sempre pesata come una spada di Damocle, una investitura – quella di essere la Terza Camera – che molti ritenevano “salvifica”, ma che in realtà si è rivelata un boomerang. Peggio andò quando un suo carismatico presidente, per levarsi degli imbarazzi istituzionali, lo ribattezzò “casa delle rappresentanze”. Fu un colpo letale: qualcuno infatti la interpretò come un hic manebimus opitme e da allora in poi si misero comodi e ognuno andava al Consiglio a ripetere pari pari quello che ogni singola “casa madre” (datori di lavoro e sindacati hanno dato il meglio, anzi il peggio) aveva già deliberato: la fiera dell’inutilità.

Per questo adesso è il momento di chiudere (col passato) e cambiare. Intanto la rappresentanza non può essere solo un appannaggio dei soli noti, ma deve aprirsi a tutte quelle realtà economico e sociali che hanno trasformato il nostro Paese: volontariato, non profit, consumatori, nuove professioni, partite Iva. Cioè tutto quello che è già – adesso – economia e lavoro. Lo sforzo vero che deve fare il Cnel è quello di arrivare a una sintesi delle varie posizioni confliggenti nel Paese e presentare al decisore ultimo, il Parlamento, una sorta di “semi-lavorato” utile, appunto, per l’elaborazione delle norme di legge (Meuccio Ruini, “papà” e primo Presidente del Cnel, docet). Si può fare tutto questo senza gravare sulle già maramaldeggiate tasche dei contribuenti? Certo che sì! Tenuto conto che il bilancio del Cnel pesava per il 3 per mille (0,003%) sul bilancio dello Stato e quasi l’80% dello stesso era destinato agli stipendi del personale ed ai costi di manutenzione della sede. Si può già immaginare un Cnel ridotto nel numero dei Consiglieri (oggi 64, prima erano addirittura 120), scelti tra le menti migliori per aree di appartenenza e non di rappresentanza, istituzionalizzare i rapporti con le Università e i centri di ricerca, liberarlo da assurdi vincoli di legge su materie che parlamento e governo si guardano bene dall’affidare ad altri soggetti, come la valutazione sulla legge di bilancio – tanto per fare un esempio – mentre si potrebbe incrementare il preziosissimo archivio dei contratti arricchendolo con aggiornamenti continui su produttività e contrattazione articolata, istituire un monitoraggio sui fenomeni migratori, sul lavoro nero, sul mercato del lavoro, sulla concorrenza, sulla politica economica internazionale. Perché no, sulla famiglia?

Insomma un ufficio studi di eccellenza che funga da “radar” dei fenomeni, oltre a fare sintesi e proposte. Come il popolo sovrano ha detto il Cnel ha diritto ad una seconda occasione.

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