Cosa pensano cattolici e vescovi Usa delle mosse di Trump su aborto, Obamacare e Muro

Cosa pensano cattolici e vescovi Usa delle mosse di Trump su aborto, Obamacare e Muro

Muri e aborto, vita e immigrazione. Parlano anche ai cattolici i primi provvedimenti di Donald Trump alla Casa Bianca. E se alcuni passi avvicinano, altri marcano le differenze. Curiosamente con decreti presidenziali che hanno a che fare col Messico. Così, se la Conferenza episcopale Usa applaude alla mossa contro l’aborto – ma critica le politiche sanitarie –, allo stesso tempo deplora la costruzione del muro ai confini.

ABORTO, BASTA FINANZIAMENTI ALLE ONG

Uno dei primi ordini esecutivi firmati dal presidente ha bloccato i finanziamenti federali alle Ong internazionali che praticano o promuovono l’interruzione di gravidanza. Trump lo ha fatto ripristinando il Mexico City Policy, il provvedimento che, da quando fu introdotto nel 1984, è stato revocato dalle amministrazioni democratiche e reintrodotto da quelle repubblicane. Un “regolamento” per la vita che viene visto come indicatore di partenza della presidenza sui temi pro-life. Originariamente istituito dal presidente Ronald Reagan, il Mexico City Policy (così chiamato perché a suo tempo sottoscritto a Città del Messico) impone alle Ong con sede all’estero che ricevono aiuti degli Stati Uniti di certificare che tra le proprie attività non vi sia la promozione dell’aborto come metodo di pianificazione familiare nei Paesi in via di sviluppo. Il presidente Bill Clinton lo ha abolito nel 1993. George W. Bush lo ha ripristinato nel 2001. A sua volta Barack Obama lo aveva cassato nel 2009.

I VESCOVI RINGRAZIANO

Immediato il plauso della Conferenza episcopale Usa, con un comunicato firmato dal presidente del comitato che si occupa delle attività pro-life, il cardinale Timothy Dolan. Per l’arcivescovo di New York il provvedimento rappresenta un primo passo verso “il ripristino e il rafforzamento di importanti politiche federali che rispettino il più fondamentale diritto umano, il diritto alla vita”.

L’ENTUSIAMO DEI PRO-LIFE

Secondo un recente sondaggio la stragrande maggioranza (83%) degli americani sostiene il Mexico City Policy. Tra questi, il 73% si identifica come “pro-choice”, ma comunque contrario ai finanziamenti federali alle Ong abortiste. Entusiasti i movimenti pro-life. “L’intervento immediato del Presidente Trump a promuovere il rispetto per ogni vita umana, compresi i bambini non ancora nati e i diritti di coscienza, invia un segnale forte sulle priorità a favore della vita della sua amministrazione”, il commento di Marjorie Dannenfelser, presidente della Susan B. Anthony List. “Sondaggio dopo sondaggio è evidente che gli americani non vogliono pagare gli aborti con le loro tasse – incalza padre Frank Pavone, a capo dei Sacerdoti per la vita – Fermare il finanziamento di gruppi pro-aborto stranieri è un potente primo passo per fare lo stesso a livello nazionale”. “Ora si dovrebbero indirizzare quei fondi ai centri di salute che offrono alle donne la possibilità di portare avanti la gravidanza”, l’auspicio di Ashley McGuire, di The Catholic Association.

L’IRA DELLE FEMMINISTE

Il decreto presidenziale ha mandato su tutte le furie le femministe. Il gruppo pro-aborto Naral (National abortion rights action league) ha twittato una foto del momento della firma dell’ordine esecutivo nello studio ovale della Casa Bianca con un eloquente: “Il patriarcato pro-life ripristina la legge bavaglio”. “È brutale per la salute delle donne che le Ong debbano escludere qualsiasi menzione all’aborto nei loro interventi”, l’attacco del sito di sinistra The Slot/Jezebel. “Reintegrare il Mexico City Policy significa ignorare decenni di ricerca, favorendo invece la politica ideologica sulle donne e le famiglie – tuona la senatrice Jeanne Shaheen – Sappiamo che quando i servizi di pianificazione familiare e contraccettivi sono facilmente accessibili, ci sono meno gravidanze indesiderate, mortalità materna e aborti”.

LA POSIZIONE DI THE DONALD

Trump ha più volte cambiato idea sul tema. Nel 1999 si era detto favorevole all’aborto, nel 2011 disse di avere mutato posizione, e in campagna elettorale ha modificato il suo pensiero più volte. Una volta ha sostenuto che l’interruzione di gravidanza va resa illegale e che le donne che la praticano andrebbero punite. Salvo poi precisare e smussare i toni. Ha comunque fatto promesse a favore della vita, impegnandosi tra l’altro a nominare giudici pro-life alla Corte suprema.
Intanto la Camera ha votato un provvedimento importante per i pro-life che rende permanente il cosiddetto emendamento Hyde. L’emendamento, che vieta che i fondi federali vengano utilizzati per finanziare l’aborto negli Stati Uniti, prende il nome dal deputato repubblicano (cattolico e membro dei Cavalieri di Colombo) che lo propose nel 1976. Fino ad oggi l’emendamento era oggetto di rinnovo annuale, ora si va verso la sua stabilizzazione. Il Charlotte Lozier Institute stima che l’emendamento Hyde ha evitato più di due milioni di aborti in quarant’anni.
La Casa Bianca ha inoltre fatto sapere che l’amministrazione sostiene la marcia della vita che si terrà venerdì a Washington. Il portavoce di Trump, Sean Spicer, ha detto ai giornalisti che il presidente “è dalla parte della vita” e che non esclude una partecipazione più o meno di The Donald alla marcia. Sicuramente sarà presente la cattolica Kellyanne Conway, la donna di più alto rango nell’amministrazione Trump, che parlerà alla manifestazione, cui prenderà parte anche il cardinal Dolan.

L’INCEPPO SULL’OBAMACARE

Ma l’idillio di Trump coi cattolici rischia di rompersi sull’attenzione ai più poveri. Tra i primi atti esecutivi di The Donald, c’è infatti anche un ordine esecutivo che riduce la portata della riforma sanitaria del predecessore, nota come Obamacare. Un gesto che ha avuto riflessi anche sulle pagine del quotidiano della Conferenza episcopale italiana, Avvenire, con la risposta preoccupata del direttore Marco Tarquinio alla domanda di un lettore.

La firma del decreto è poco più che simbolica – spetta al Congresso l’attività legislativa – ma l’obiettivo è evidente: smantellare la riforma del 2010. Un provvedimento obamiano amato per l’attenzione ai poveri ma anche molto contestato in casa cattolica, dal momento che impone, tra l’altro, ai datori di lavoro, di sostenere i costi delle prestazioni sanitarie per i propri dipendenti, compresi anticoncezionali e farmaci abortivi. Questo anche per gli istituti di natura religiosa. Ne è nato un caso. Le più battagliere contro il provvedimento sono state le suore Piccole sorelle dei poveri che gestiscono decine di case di assistenza per i bisognosi. Tuttavia, la semplice abolizione della riforma Obama rischia di lasciare milioni di cittadini senza copertura assicurativa sanitaria. È la preoccupazione dei vescovi Usa, che hanno immediatamente inviato un appello al Congresso perché tutti i parlamentari lavorino insieme “per proteggere gli americani più vulnerabili e conservare gli importanti passi in avanti compiuti in tema di copertura e accesso alle cure sanitarie”.

ARRIVA IL MURO

Con un cinguettio notturno, martedì sera via Twitter, Trump aveva annunciato grandi novità per la sicurezza nazionale. Promessa mantenuta col via libera alla costruzione del muro col Messico (in parte già eretto da Bill Clinton), e stop all’ingresso dei rifugiati dalla Siria e all’immigrazione dai Paesi a prevalenza musulmana. Al netto delle polemiche sollevate dalla nota intervista di Papa Francesco - “Chi costruisce muri non è cristiano” – questo sull’immigrazione è un punto di frizione con buona parte dell’episcopato Usa. Che infatti protesta.

QUESTA VOLTA I VESCOVI DEPLORANO

Il cardinal Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa e arcivescovo di Galveston-Houston, Texas, come il vescovo Joe Vasquez di Austin, Texas, presidente del Comitato delle migrazioni, si sono detti amareggiati per la priorità data da Trump al muro: “Servirà solo a rendere i migranti, in particolare donne e bambini vulnerabili, più suscettibili di trafficanti e contrabbandieri”. Ponti non muri, hanno ribadito citando Papa Francesco.

GESUITI IN CAMPO

“Hillary Clinton e Donald Trump sono ciascuno a modo loro una pessima notizia per il Paese”, aveva giudicato in campagna elettorale l’arcivescovo di Philadelphia, Charles Chaput. L’impossibilità dei cattolici Usa di ritrovarsi pienamente a casa nell’agenda di The Donald la riassume la rivista dei Gesuiti americani: con queste posizioni su aborto e immigrazione, l’amministrazione in una settimana ha fatto “due passi avanti e uno indietro”. Essere pro-vita, significa essere anche pro-rifugiati. Così un editoriale su America: “Porre fine alla tragedia dell’aborto è solo un passo verso la costruzione di un paese pro-life. La cultura della vita cattolica richiede investimenti per la famiglia”. Bene le azioni in difesa “dei non nati”, ma nulla di cattolico nelle politiche immigratorie, in contrasto con il mandato evangelico dell’accoglienza dello straniero”.

“BASTA SCHIERAMENTI”

“Se il movimento pro-vita può avere conseguito una vittoria politica – commenta Sam Sawyer in un’altra column su America –, vi è ancora un tragico vuoto della leadership a favore della vita nello Studio Ovale”. Muro e stop a ingresso rifugiati “dimostrano che il ripristino del Mexico City Policy non è stato un coerente riconoscimento della dignità e della sacralità di ogni vita umana”. Quindi un avvertimento ai due schieramenti pro-life e pro-choice ad abbandonare il terreno di una “lotta partigiana” condotta sul terreno dell’aborto, nella quale Trump viene ridotto a simbolo, senza vedere il nocciolo della questione: “la difesa di principio della dignità della vita umana”. Sempre. Dei non nati e degli immigrati.

ultima modifica: 2017-01-26T15:23:12+00:00 da Andrea Mainardi

 

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: