Intervista a Bauman al Festival delle generazioni (14- 15 ottobre 2016)
Intervista a Bauman al Festival delle generazioni (14- 15 ottobre 2016)
“Se pensi ai prossimi 10 anni, pianta un albero. Se pensi ai prossimi 100 anni, istruisci le persone”.
Per questa ragione a 91 anni era in piedi, in un teatro strapieno, a Firenze, il 15 ottobre 2016.

La mia conversazione con Bauman: partiamo dalle nuove generazioni, che contributo sanno dare alla società, che differenza c’è con le precedenti, questo, mentre fuma una sigaretta elettronica.

Il suo discorso alla platea del Festival delle generazioni era appena finito.

“Se chiedessi a ciascuno di voi qual è la paura più grande, potrei, dalle risposte di ognuno, senza guardarvi, dire facilmente a quale generazione appartenete. La paura è sempre presente nella natura umana, ma cambia da una generazione all’altra”.

Le domande esistenziali le ha poste ad alta voce:
“Perché sono qui? Perché poi in questo preciso momento? In questo posto specifico? La domanda è semplice, ma è difficile trovare una risposta a queste domande, siamo qui per un momento poi spariamo. E questo è l’inizio della consapevolezza che noi siamo animali culturali, viviamo con la consapevolezza della mortalità”.

E subito parte il confronto sociologico, lucido.

Zuckerberg, il proprietario di Facebook – sicuramente quasi tutti voi avrete un profilo su Facebook – guadagna soldi proprio grazie a queste nuove situazioni, a queste nuove paure.

A Stoccolma per esempio il 60% dei residenti vivrebbe del tutto solo se non fosse per Zuckerberg, non avrebbero modo di contattare gli altri esseri umani. E il contatto è mediato, indiretto, non è faccia a faccia, è un contatto superficiale. Abbiamo questa nuova tecnologia che simula tutto quanto, sembra che la paura scompaia un pò. Potete creare la vostra comunità personale, la vostra “rete”, allo stesso tempo è questa la novità, molto facilmente si può concludere, smettere di avere un rapporto. Vi dà una sensazione di libertà. È facile instaurare un rapporto ed è facile uscirne, a lungo termine mitiga la paura sottostante di rimanere da soli; ma sarà così?
Tutti noi cari amici e cari nemici viviamo simultaneamente in più posti online e offline.

La bibbia di quella giovane generazione alla quale io appartenevo, era invece il libro di George Orwell, “1984”, questo libro dipingeva in modo molto negativo lo sviluppo della società, una società nella quale c’erano delle grosse paure, in particolare di essere controllati. E il mondo era già consapevole di certi processi (che cominciavano nella nostra gioventù, e poi sarebbero andati avanti, una situazione storica terribile: coercizione, tortura), che raffigurava poteri sconosciuti dietro le quinte che guidavano e controllavano la nostra vita. Ci sono dei frammenti memorabili in questo libro “1984” tra i quali l’orrore dell’eroe che guardando la televisione, e non era un diritto, era un obbligo, improvvisamente sente dal televisore qualcuno che gli parla: “perché non eri qui ieri sera?”. Questa è la domanda che gli si pone, la prova dell’essere osservati, la sensazione di non essere mai da soli. Lo slogan della società descritta da Orwell: “Il grande fratello ti guarda sempre”, non si può essere mai certi di non essere osservati, c’è un grande fratello e tu non lo vedi.
Eppure, poi mi sono reso conto, che la generazione del “1984”, non si è riconosciuta nelle paure descritte da George Orwell, avevano paura di qualcos’altro. Si preoccupano di essere presenti, e si può essere in molti più posti contemporaneamente adesso, online.

Per dimostrare la prova della propria esistenza, la generazione di oggi, direbbe: “mi vedo sullo schermo pertanto sono. Esisto.

L’ultima conversazione. Dalla webserie Quelli che il 200O per #generazionifest

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