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Il dibattito aperto dalla rinunzia di Benedetto XVI ha riportato all’attenzione mondana il tema del Katechon, la forza che trattiene di cui parla, nella “Seconda lettera ai Tessalonicesi”, S. Paolo quando avverte che: “il mistero dell’iniquità (mysterion tes anomias) è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene (ho katechon). Solo allora sarà rivelato l’Empio (ho atropo tes anomias) e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà”.

Il riferimento è per noi enigmatico ma doveva apparire sufficientemente chiaro ai destinatari della Lettera. Nel “De Civitate Dei”, S. Agostino riferisce “le ipotesi che ho potuto ascoltare o leggere”: l’Impero romano e i veri fedeli. Secondo C. Schmitt, “per ogni epoca degli ultimi 1948 anni si deve poter nominare un katechon. Il posto non fu mai vacante, altrimenti noi non esisteremmo più. Ogni grande imperatore del Medioevo cristiano riteneva in piena fede e coscienza di essere il katechon, e lo era veramente” (“Glossarium”); nei secoli successivi, lo furono l’Impero bizantino e Rodolfo d’Asburgo (in “Terra e mare”) nonché il filosofo Hegel, l’imperatore Francesco Giuseppe, il presidente ceco Masaryk, il maresciallo polacco Pilsudski e, più recentemente, gli Stati Uniti (in “La Lotta per i grandi spazi e l’illusione americana”).

Sullo sfondo è, invece, sempre rimasta l’operatività del ministero dell’anomia che – ammonisce l’Apostolo – “è già in atto”.

A noi non è dato pronosticare quando sarà l’avvento dell’Empio, che sancirà la sconfitta del katechon (in tema M. Cacciari, “Il potere che frena”), ma è imposto interrogarsi circa il mistero dell’a-nomia che, in quanto in atto, opera nel tempo odierno.

La parola greca anomias è stata tradotta come iniquitatis nella Vulgata e così è andata smarrita la valenza ordinatrice in favore di quella etica.

Il mysterium iniquitatis, mette in evidenza G. Agamben, “è un dramma storico (mysterion in greco significa ‘azione drammatica’), che è in corso per così dire in ogni istante e in cui incessantemente si giocano le sorti dell’umanità, la salvezza o la rovina degli uomini” (“Il ministero del male. Benedetto XI e la fine dei tempi”).

Anche se il termine nomos declina una varietà di significati, appartiene sempre allo stesso il concetto di ordinamento. Rispetto alla lex e allo stesso jus, il nomos si connota per la sua trascendenza, oltrepassando già in Eraclito ogni dimensione personale: “questo ordine che è lo stesso per tutte le cose, non lo fece alcuno tra gli dei e gli uomini”.

L’a-nomia non significa, dunque, necessariamente an-archia, nel senso di assenza di regolazione. Piuttosto, l’a-nomia sembra evocare uno stato che si connota per una separazione tra l’ordine ontologico (nomos) e quello storico, allorché le cose non avvengono più “kata nomon”, secondo l’ordine superiore. Il che accade quando si è fuori dalla legge ma anche quando il mondo si conforma ad una legge che pretende di essere autoreferenziale, smettendo di riconoscersi in un ordine ontologico.

E questa è la condizione del nostro tempo. La visione occidentale dell’ordinamento nega la sua legittimazione in principi superiori, nel logos del mondo a cui lo stesso Dio cristiano si è vincolato, radicandola nella “volontà” del sovrano (principe o popolo).

Il mistero dell’a-nomia pone, così, all’attenzione la questione della “volontà” del sovrano quale fonte di legittimazione dell’ordinamento dei nostri tempi.

Per questo l’istituzione del “Papa emerito” appare rivelatrice. La compresenza “di fatto” del Papa regnante e del Papa emerito, la cui cifra è data dalla contemplazione e, dunque, dal rapporto con il Logos, sembra denunciare al mondo la forza raggiunta dal mysterion tes anomias.

(Antonio Maria Leozappa – rubrica Themis – Formiche nr. 12/2016)

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