“L’attenzione alla povertà e alla misericordia di Papa Francesco non sono categorie sociologiche o politiche, ma il cuore stesso del discepolato: pace, povertà e misericordia sono topics che se non si vuole arrivare a una lettura eretica del pontefice, che è una realtà che esiste sui giornali, è necessario che vengano assunti dentro una portata semantica specifica”. Queste le parole di Monsignor Dario Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, nella seconda giornata del convegno organizzato dalla Società Dante Alighieri a Roma e intitolato “Il cristianesimo al tempo di Papa Francesco”.

LA COMUNICAZIONE DI FRANCESCO SECONDO MONSIGNOR DARIO VIGANÒ

“Così come Papa Benedetto XVI chiese un’ermeneutica spirituale per la lettura del Concilio Vaticano II, è necessario che anche la semantica di Francesco sia colta in una radice spirituale”, ha chiosato Viganò. Nel corso del convegno si è cercato a più riprese, e da più angolazioni, di trarre dei primi possibili spunti di lettura del pontificato di Papa Francesco: il ruolo dei laici e quello delle donne, il tema della povertà e i partiti politici di ispirazione cattolica, il Vangelo nelle periferie e le sfide dell’etica tra diritti umani e coscienza credente. Ma già in apertura Viganò tira alcune conclusioni: “Disegnare uno scenario è molto difficile, e sono stati fatti molti tentativi. Alcuni sottolineando elementi cultural-folkloristici, altri per dire che l’affetto globale ricevuto da Francesco è dovuto alle presunte novità dottrinali rispetto al passato. Lettura interessante, ma inesistente”. Sono due infatti gli elementi della comunicazione di Francesco che hanno pertinenza antropologica, ha spiegato il prefetto della Segreteria per la Comunicazione: “Il suo comunicare con il silenzio”, citando la prima entrata sulla loggia di piazza San Pietro, dove “invece di benedire il popolo ha chiesto al popolo di benedire lui”, in un “evento trasformativo”. E “l’inclusività della sua comunicazione”, che non prevede mai “l’opponente”, è “sbilanciata”, e “prevede l’apertura di credito da parte delle persone”.

QUELLO DI FRANCESCO “SARÀ VISTO COME UN PAPATO DI TRANSIZIONE”, DICE LO STORICO GIOVAGNOLI

“È probabile che quello di Francesco domani potrà essere visto come un pontificato di transizione: come per Giovanni XIII, ma nel senso che ha portato la Chiesa dal pre-concilio al post-concilio”, ha sostenuto lo storico Agostino Giovagnoli. “Certi processi infatti non si fermano. Ma non possiamo pensare che l’alternativa sia secca, tra continuazione e restaurazione”. C’è tuttavia un compito della teologia, ha sottolineato Giovagnoli: “Raccogliere quello che dice Papa Francesco, approfondirlo, renderlo esplicito e metabolizzare la novità. È un’indicazione che si può raccogliere, e non solo per la teologia”. Per esempio, ha poi affermato il professore, “dietro l’Amoris Laetitia non c’è un enorme salto culturale nella capacità di cogliere la diversità dei problemi”. In realtà Bergoglio “è tutt’altro che populista”, ha concluso Giovagnoli, ma al contrario “parla in difesa dei politici, svuotati dei loro poteri dalla globalizzazione”.

LA “RIVOLUZIONE CULTURALE” DI FRANCESCO SECONDO ANDREA RICCARDI

Quest’ultima, la globalizzazione, che “cambia anche il mondo religioso – ha fatto notare in apertura del convegno il presidente della Società Dante Alighieri, e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi – in un tempo dove si moltiplicano le città globali”. “Come può il cattolicesimo, che ha un debito verso l’organizzazione imperiale romana, affrontarle?” ha proseguito Riccardi: “Bisogna perciò guardare alla realtà”, specialmente in relazione alla crisi scoppiata negli anni di Ratzinger “all’interno della Santa Sede, e imputata alla Segreteria di Stato”. “Crisi immensa”, ha affermato Riccardi leggendo ad alta voce il numero del calo delle vocazioni nei vari ordini e congregazioni: “perciò serviva un papa carismatico, come Francesco”, per il quale “le periferie sono al centro”. Bergoglio quindi, ha concluso Riccardi, “liquida la visione valoriale e sostiene che la profezia fa chiasso, e che il carisma è lieto. Sostiene una rivoluzione culturale che non si fa per decreto, e di cui ne è profeta: non con strutture ma con processi, in una riforma che non è fine a sé stessa ma rivolta alla crescita e alla conversione”.

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