Il commento dell'editorialista Stefano Cingolani

Che cosa vuole Donald Trump? Sembra una domanda inappropriata visto che il nuovo presidente degli Stati Uniti non ha atteso davvero molto per manifestare le proprie intenzioni superando ogni (peggiore) aspettativa: rifugiati, nomine, Unione europea, Germania, Messico, se l’è presa con tutti, anche con canadesi e australiani. Telefonate imperiose, atteggiamenti da bullo, abbondante uso di arroganza. Eppure la sensazione è che sotto quell’aria da bamboccione scontento, voglioso di dimostrare quanto è tosto, ci sia una notevole confusione mentale e politica. Ogni questione che tocca diventa più torbida e ingarbugliata. Vediamone alcune.

LA RUSSIA
Qui apparentemente Trump è stato molto chiaro: nuovi rapporti, una serie di accordi a due per sistemare la Siria e combattere il terrorismo islamico, fino ad arrivare a una sorta di nuovo bipolarismo. La prima telefonata molto amichevole con Putin ha avuto già alcune conseguenze pratiche. Il conflitto in Ucraina, rimasto congelato per quasi due anni, dopo il cessate il fuoco raggiunto a Minsk nel febbraio 2015, è ripreso con forza nei territori orientali il 29 gennaio. Il primo febbraio i corpi di sette soldati ucraini uccisi sono stati portati a Kiev e piazza Maidan si è riempita di folla ancora una volta. Nel mirino delle forze sostenute dalla Russia è la cittadina di Avdiivka rimasta senza elettricità con una temperatura di 20 gradi sotto zero. E’ questa la prima ricaduta pratica del nuovo bipolarismo?

LA GRAN BRETAGNA
La propaganda della nuova Casa Bianca (che si sta dimostrando non inferiore a quella del Cremlino) ci ha mostrato l’affettuoso incontro tra Trump e Theresa May, un linguaggio del corpo che esprimeva affetto e complicità persino. Tuttavia la premier britannica è stata chiara: sull’Ucraina non si scherza, le sanzioni a Mosca vanno mantenute se non rafforzate, la Nato non deve essere minacciata, al contrario gli Stati Uniti debbono sostenerla e potenziarla. Trump è d’accordo? Che cosa ha risposto? Non lo sappiamo, abbiamo solo visto la mano di Donald toccare graziosamente quella di Theresa e cingerle il fianco.

LA GERMANIA
Un atteggiamento che non si ripeterà certo con Angela Merkel diventata la principale avversaria di Trump in Europa. Li dividono non solo la politica e l’economia, ma la cultura e i valori. Il presidente americano agita la retorica protezionista, mostrando che la Germania dopo la Cina è il Paese maggiormente responsabile del passivo della bilancia commerciale americana (il terzo è l’Italia, meglio non dimenticarlo). E qui è arrivato l’attacco sull’euro, “un marco travestito”, usato come arma della guerra commerciale basata sulla svalutazione competitiva. Ma proprio questo punto ha messo in rilievo la totale confusione della politica monetaria e mercantile dell’amministrazione Trump.

EURO-DOLLARO
Per Navarro, il consigliere per il commercio internazionale, l’euro è troppo debole. In realtà per molti anni è rimasto semmai troppo forte, la sua quotazione rispetto al dollaro ha cominciato a scendere solo dopo che la Bce ha adottato il quantitative easing nel 2015. Ma il punto è un altro: che cosa vuole Trump, un dollaro robusto per attirare capitali a Wall Street (come suggeriscono i finanzieri che ha imbarcato al governo) o una svalutazione per favorire le esportazioni e lisciare il pelo a Main street, la classe media e i colletti blu del Mid West? Non lo sappiamo, forse non lo sanno nemmeno i consiglieri di Trump?

LA CINA
Pechino è il nuovo bad guy, il cattivo della storia che lo sceriffo Trump deve inseguire e assicurare alla giustizia. Un rovesciamento storico rispetto alla linea che gli Stati Uniti hanno perseguito fino dal 1972 con l’incontro tra Richard Nixon e Mao Tsedong. Eppure anche in questo caso le parole roboanti e le sfide retoriche lasciano aperti molti punti interrogativi. Fino a che punto può spingersi il protezionismo anti-cinese? Pechino detiene titoli del Tesoro americano per mille 120 miliardi di euro (circa il 18% del totale). Gli ultimi dati mostrano che la Cina è scesa al secondo posto dopo il Giappone (ne ha mille 130 miliardi). La People’s Bank of China nell’ultimo anno ha cominciato a vendere per sostenere la sua valuta, il renmimbi. Una operazione regolata e ben gestita, i cinesi non hanno intenzione di far crollare il valore del debito a stelle strisce. Tuttavia se scoppiasse una guerra commerciale avrebbero in mano un’arma ben più pericolosa per l’economia americana che quel quella cinese. Il Giappone non sarebbe in grado di compensare (tra l’altro anche Tokio sta vendendo) tanto meno altri paesi. Quanto ai risparmiatori americani, a differenza da quelli italiani non sono abituati a detenere il debito federale. Dunque la domanda su cosa vuole davvero Trump resta senza risposta anche a proposito della Cina.

L’IRAN
La nuova amministrazione ha annunciato le sue intenzioni: bisogna inasprire le sanzioni, senza far saltare l’accordo sul nucleare. Un bell’esercizio di funambolismo diplomatico (ereditato in realtà da Obama). Ma il punto non è questo. Trump considera l’Iran un nemico, mentre Putin lo ha scelto come alleato chiave per sistemare la Siria. Hezbollah, sostenuto da Teheran è l’alleato fondamentale di Assad. Una pace basata sulla spartizione delle sfere d’influenza vede la Siria legata sempre più strettamente alla Russia e all’Iran. E’ questo che vuole Trump? I suoi esperti non l’hanno spiegato e l’ufficio disinformatia della Casa Bianca fa del tutto per nascondere che russi e iraniani vanno a braccetto in Medio Oriente e anche altrove.

Portemmo continuare, perché l’elenco delle omissioni e delle contraddizioni si fa davvero molto lungo. Ma già questi esempi sono sufficienti per far capire in che mani il popolo arrabbiato ha messo il principale paese dell’Occidente. L’Economist questa settimana mostra un Trump che lancia una bottiglia molotv e titola: “Un rivoltoso alla Casa Bianca”. Forse avrebbe dovuto dire un rissoso con poche idee ma confuse.

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