L'opinione di Battista Falconi

La vicenda del nuovo stadio della Roma, divenuta politicamente e mediaticamente tanto rilevante da aver trascinato nelle polemiche un giornale morigerato come Formiche.net, potrebbe essere, con un minimo di semplificazione, sintetizzata come segue.

Roma è da sempre vittima dei palazzinari. La nuova presa di posizione della sindaca favorevole alla costruzione dello stadio è un clamoroso voltafaccia rispetto agli impegni assunti con cittadini ed elettori ma soprattutto rispetto al senso politico-culturale della sua vittoria in Campidoglio, che era per l’appunto quello attestato dalla scelta di un assessore simbolo della lotta contro la cementificazione come Paolo Berdini. Idem vale per Beppe Grillo, che ora dice ai suoi parlamentari di pensare ai fatti loro perché dello stadio si occupano giunta e consiglieri capitolini, mentre in passato ha sempre sostenuto che gli eletti del M5S devono sottostare alla linea del partito.

La negazione di queste contraddizioni da parte di molti militanti grillini è il sintomo di una nuova faziosità che in qualche modo ricorda la soggezione passiva alle grandi ideologie che abbiamo conosciuto nel ‘900, quella che Giovannino Guareschi chiamava “portare il cervello all’ammasso”, definendo trinariciuti i comunisti (in particolare, ma non solo) che ne erano vittime e che finivano effigiati sul Candido in perfide vignette, intitolate “Contrordine compagni”. Su queste battute Guareschi intrattenne uno storico scontro con Palmiro Togliatti, che definì lo scrittore e giornalista come “l’uomo più cretino del mondo” (insulto che il diretto interessato incassò come un titolo di merito, peraltro).

Ma la situazione odierna è del tutto diversa. Nel ‘900, pur di conquistare il mondo e dargli una nuova linea, si passava sopra ai peggiori crimini, in nome di un fine supremo che giustificava ogni mezzo. La faziosità che oggi rende irriformabile e ingovernabile qualunque sistema, come accade a Roma, è invece un atteggiamento più superficiale, fatto di cose dette e sentite qua e là, di voci raccogliticce, di fake news da web 2.0. Un credere di avere sempre ragione, un pensare che i meriti siano solo nostri e gli errori tutti altrui: dei politici, della casta. Una presunzione che porta a “non votare con la testa” (come raccomandato da Grillo) ma soprattutto a non solidarizzare nemmeno nella stessa classe sociale. Di questa rivoluzione culturale lo scontro con Berdini è davvero paradigmatico, nel modo in cui l’anziano urbanista raccomanda al giovane giornalista una confidenza che non sarà rispettata per poi darsi platealmente dell’idiota.

La cosa è grave soprattutto perché parliamo di uno stadio, cioè di una struttura edificata, che a Roma in molti pensano sia inutile. Intanto, perché la partecipazione del pubblico al calcio (unico sport un tempo in grado di radunare folle oceaniche) è sempre più scarsa e faticosa: ce ne sono già due poco o per nulla utilizzati come Flaminio e Olimpico. E poi perché Roma è già segnata da una serie di monumenti sportivi inutilizzati, che va dalla stazione Vigna Clara costruita per i Mondiali del 1990 alla peraltro splendida ma spettrale “vela” di Calatrava a Tor Vergata.

Il nuovo stadio di Tor di Valle potrebbe diventare (secondo alcuni osservatori) il definitivo incubo capitolino, l’ennesimo cantiere infinito di una città dove – ricordiamolo – la realizzazione di un semplice parcheggio a piazza del Popolo va avanti o, per meglio dire, è ferma da dieci anni. Dieci anni. Roba da far impallidire tutta la letteratura sulla Salerno-Reggio Calabria. Roba da rivaleggiare con il Ponte sullo Stretto, mega opera mai eretta ma in piedi da 45 anni e già costata 350 milioni di euro.

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