L'articolo di Niccolò Mazzarino

L’istruttore in palestra? Se non ha la laurea, in particolare in Scienze Motorie, non può esercitare la professione. Basta con personal trainer improvvisati, occorre regolamentare un settore dove ogni Regione può fare come vuole e dove non esiste un disegno organico nazionale. La proposta è del Partito Democratico che a Palazzo Madama ha presentato un disegno di legge, prima firmataria la senatrice Donatella Albano, appoggiato da renziani e poco renziani del Pd.

Tutto questo perché in Italia non esiste né un albo professionale cui debba essere iscritto chi esercita questa professione né un particolare titolo abilitativo. Eppure quello del fitness è un settore in continua crescita, basti pensare che in Italia esistono circa 8mila palestre, il numero più alto d’Europa, molte nei centri piccoli, con le grandi catene, diffuse maggiormente negli altri Paesi, che da noi sono arrivate negli ultimi anni e coprono appena il 10% della domanda. Insomma, tra palestre, centri sportivi e attività wellness si è sviluppato in Italia un giro d’affari da 10 miliardi di euro secondo le rilevazioni del centro studi Bnl-Aiceb dell’Università Milano Bicocca. In tutto 28mila addetti, una media di 4 per centro: una palestra arriva a fatturare, mediamente, 250-270 mila euro all’anno.

Eppure l’intero comparto è lasciato al libero arbitrio delle Regioni e dove ciascuna fa un po’ come le pare. La Toscana, ad esempio, ha una legge che stabilisce che “il responsabile tecnico della palestra sia soggetto con un diploma di laurea in scienze motorie e che può avvalersi della collaborazione di tecnici di federazioni sportive, di tecnici diplomati a seguito di corsi di formazione professionale e di altri soggetti con diploma di laurea in scienze motorie”, mentre la Lombardia  ha previsto invece che operino all’interno delle palestre istruttori qualificati (con diploma di laurea in scienze motorie) o istruttori specifici di disciplina (in possesso di apposita corrispondente abilitazione, rilasciata dalla federazione nazionale competente, riconosciuta o affiliata al CONI, nonché rilasciata dalle scuole regionali dello sport del CONI e dagli enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI) o insegnanti tecnici delle associazioni tecniche sportive specifiche, riconosciuti dalla Regione. Insomma si è puntato a diversificare anche perché ci sono istruttori qualificati, magari con anni di gavetta, anche se non possiedono la laurea.

“A tutt’oggi la salute dell’utente – incalzano i senatori del Pd Albano, Angioni, Borioli, Fasiolo, Puppato e Pezzopane – è subordinata alle valutazioni ed alle scelte discrezionali del gestore della palestra. Il cittadino, praticando l’attività sportiva, consigliata anche dal medico di famiglia, seppure sia convinto di migliorare il proprio stato di efficienza psicofisica, di fatto mette a serio repentaglio la propria incolumità fisica”. Per questo i firmatari del disegno di legge insistono: “Appare a questo punto necessario un intervento legislativo, in primo luogo per tutelare la salute di tutti, per stabilire, inoltre, uno standard minimo nazionale di competenze, per favorire o perlomeno non pregiudicare la libera circolazione dei lavoratori sul territorio nazionale, per eliminare la diffusione del «sommerso» e per prevenire, infine, la potenziale “concorrenza” tra le regioni. Il diritto alla salute, che si vuole in questo modo difendere, è un diritto costituzionale garantito, la cui tutela deve essere assicurata attraverso regole certe e ineludibili”.

Le varie Federazioni di fitness, aerobica e body building non si sono ancora pronunciate anche se una regolamentazione del settore di certo è utile anche per il consumatore finale e più volte sul tema è intervenuta persino l’Antitrust segnalando la mancanza di una legislazione di riferimento e di come “in assenza di una specifica regolamentazione del settore, i gestori delle palestre possono discrezionalmente valutare ogni tipo di qualifica nella selezione degli istruttori”.

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