Hanno pan per focaccia. Se Donald Trump e i suoi cortigiani europei cercavano un avversario degno di questo nome nel cuore del Vecchio Continente, ebbene l’hanno trovato. Il discorso di Mario Draghi al parlamento europeo, quel che ha detto e come lo ha detto, è tipico non di un banchiere centrale qualsiasi, ma di un vero leader politico. E’ politica la difesa dell’unione in tempo come questi e dell’euro come simbolo e strumento di unità. E’ politico il rifiuto del protezionismo e il no a una deregulation della quale non si comprendono i contorni (“è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno”). E’ politico il modo in cui ha risposto ai pentastellati in italiano e in inglese perché comprendano bene: “L’euro è irrevocabile”. O a Peter Navarro che per conto di Trump ha accusato l’euro di perseguire una svalutazione competitiva: “Non siamo manipolatori della moneta”. Senza dimenticare la difesa del suo operato nei confronti dei critici tedeschi e il cauto scetticismo verso la proposta di una Europa a più velocità rilanciata da Angela Merkel e della quale non sappiamo ancora nulla di preciso.

Draghi ha difeso, insomma, l’architettura europea che ha contribuito a costruire con la determinazione, la chiarezza, il coraggio che sono mancati finora ad altri leader europei, timorosi di attirarsi le ire populiste e di rischiare il consenso elettorale. Un atteggiamento non solo miope, ma suicida: come volete che chi non ha la forza e il fegato di difendere le proprie idee e il proprio operato possa conquistare gli incerti, gli indecisi, i contrari?
Draghi è stato chiaro e netto. E’ stato anche convincente? Lo ha applaudito chi la pensa come lui, naturalmente. E ha azzittito chi lo critica in modo apodittico ideologico. Che fine avrebbe fatto Beppe Grillo con i suoi vaffa…e il suo movimento senza il “whatever it takes”? Forse abbiamo tutti la memoria corta, ma tra il 2011 e il 2012 tirava davvero un’altra aria nella quale i 5 Stelle riuscivano appena appena a respirare. Oggi che il peggio è passato stanno tutti lì a baloccarsi con i redditi senza lavoro o il lavoro senza redditi come il sociologo Domenico De Masi convertito anche lui alla nuova religione, a sostenere che si può uscire dall’euro senza pagare dazio come l’economista Claudio Borghi che alimenta la propaganda di Matteo Salvini. E via via chiacchierando in tv e sui social media.

Detto questo, bisogna anche chiedersi se la difesa coraggiosa e coerente dell’euro sia una condizione non solo necessaria, ma sufficiente a sconfiggere chi vuole sfasciare l’Unione europea. La nostra risposta è no, ovviamente non basta. Bisogna riconoscere che il motore si è inceppato, la macchina non va e proprio questo alimenta il mal di pancia e catalizza lo scontento. A 25 anni dal trattato di Maastricht, con tutto quel che è successo, una difesa “perinde ac cadauer” è destinata a fallire. Bisogna fare di nuovo “qualunque cosa per difendere l’Unione”, ma il nuovo “whatever it takes” oggi significa avere la forza intellettuale e politica di proporre riforme, anche radicali.

Draghi lo ha fatto, sia chiaro, in più occasioni. E lo farà ancora. La sua idea di fondo è andare avanti con l’integrazione, tirare per i capelli i riluttanti, a cominciare dagli italiani e da chiunque pensi di avere il pasto gratis, di godere solo i benefici (come quelli consentiti dalla politica monetaria accomodante) senza pagare il giusto prezzo in termini di conti pubblici, di riforme, di efficienza del sistema (se la parola produttività sembra troppo economicistica). I costi che l’Italia non ha pagato, checché ne dicano Grillo, Salvini e i loro seguaci.

Una maggiore integrazione vuol dire un nocciolo duro attorno al quale ricostruire l’Unione? Draghi come abbiamo visto è stato cauto su questo, troppe sono le variabili politiche in campo, la prima è in Francia dove le elezioni si presentano ad alto rischio per la Ue. Ma un nocciolo duro costruito su un modello rigido e uniforme senza ammettere la condivisione dei pesi e dei rischi, senza la necessaria reciprocità, è improponibile. Se Berlino pensa di imporre le proprie condizioni, ha perso in partenza lasciando campo libero agli anti-europei all’est, ma ancor più all’ovest, i suoi alleati si conterebbero sulle dita di una mano, un nucleo troppo piccolo per resistere al protezionismo e al neo-nazionalismo americano.
Draghi se ne rende conto benissimo. Proprio lui che ha saputo interpretare con rigore e flessibilità (due qualità che sembrano di per sé contraddittorie) il mandato della Banca centrale europea, utilizzando tutti i margini che i trattati gli offrono, non starà fermo e, sempre nel rispetto dei suoi compiti e senza rischiare altri scontri con la Bundesbank, starà già mettendo al lavoro i suoi tecnici per capire se e come potrà funzionare la Kerneuropa.

Ma non si può lasciare questo compito al banchiere centrale, nemmeno se si chiama Draghi. Debbono entrare in campo i politici ai quali spetta negoziare la riforma dei trattati. Ed essi debbono ottenere il consenso sufficiente dei propri elettori. Emmanuelle Macron in Francia lo sta facendo, vedremo presto se ci sarà riuscito. In Italia Paolo Gentiloni, sostenitore da tempo di una Europa a più velocità, ha accolto con favore l’uscita della Merkel, ma parla soprattutto di difesa europea. Certo, l’euro è un tema ben più scivoloso, ma lo spread torna a salire e, come diceva un filosofo dell’Ottocento, hic Rhodus hic salta.

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