Pussy Hat, chi finanzia i cappellini rosa simbolo delle proteste anti-Trump

Pussy Hat, chi finanzia i cappellini rosa simbolo delle proteste anti-Trump
L’articolo di Rossana Miranda

Decine di donne e uomini hanno sferruzzato senza sosta dallo scorso 23 novembre. L’obiettivo era coprire di Pussy Hat – i capellini rosa fatti a maglia – la Marcia delle Donne a Washington e le altre 616 manifestazioni previste negli Stati Uniti contro il presidente Donald Trump. La richiesta: esigere giustizia sociale e rispetto dei diritti umani su razza, genere, religione, immigrazione e assistenza sanitaria.

La Marcia delle Donne è stata un fiume di teste coperte di cappellini rosa fatti a maglia. Ma non solo: Cate Blanchett, Whoopie Goldberg, Patti Smith, Krysten Ritter, Amy Schumer e altri personaggi dello spettacolo hanno continuato a indossare il capellino anche in uscite pubbliche e in occasione di apparizioni tv. I Pussy Hat sono diventati il simbolo delle proteste contro il nuovo inquilino della Casa Bianca.

COM’È NATA L’IDEA

L’idea l’hanno avuta Krista Suh, sceneggiatrice di commedie, e Jayna Zweiman, architetto. Le due amiche sono residenti a Los Angeles e hanno una passione per il knitting, lavorare a maglia. La sera che ha vinto Trump si sono chieste cosa potevano fare per dimostrare il loro malcontento. La risposta è stata il Pussy Hat Project: un sito web con schemi gratuiti per fare un capellino di maglia. Il nome è nato in risposta al commento sessista rilasciato da Trump durante la campagna elettorale: “grab them from the pussy” (prendetele per la vagina). Così, migliaia di persone hanno cominciato a scaricare i modelli e a crearne di nuovi. C’è anche la versione del cappellino Nasty Woman, dall’aggettivo usato dal presidente contro l’allora sfidante Hillary Clinton.

UN OCEANO ROSA

“Il nostro obiettivo era creare un oceano rosa per la manifestazione, offrire un messaggio dall’impatto visivo che potesse distinguere la protesta e, per chi non poteva assistere alla Marcia per motivi medici o economici, un elemento per sentirsene parte ovunque”, ha spiegato in un’intervista Zweiman, una delle responsabili dell’iniziativa.

E perché il colore rosa? Secondo Zweiman “il rosa è considerato un colore femminile, associato alla cura della famiglia, la compassione e l’amore. Molti potrebbero dire che sono caratteristiche di debolezza, ma in realtà sono sinonimo di forza”. Per le organizzatrici, il successo del progetto Pussy Hat è la conferma che dalla rabbia e la tristezza possono nascere iniziative fruttuose se realizzate in gruppo.

UN COLLETTIVO INTERNAZIONALE

Solo a Washington alcuni collettivi hanno confezionato più di 100mila Pussy Hat. Molti altri sono arrivati dal Giappone e dall’Australia. A Roma, il laboratorio a conduzione familiare Azúcar dolcemente insieme, all’interno della Casa Internazionale delle Donne, ha in programma il corso “Ai ferri corti”, durante il quale chi vuole può realizzare il cappellino rosa, mentre a Milano il negozio Do-Knit organizza aperitivi a tema.

I FINANZIAMENTI DI GEORGE SOROS

La giornalista Asra Nomani, ex reporter del Wall Street Journal, dice di avere prove del finanziamento di George Soros a circa 56 associazioni che hanno partecipato alla Primavera del Pussy Hat. Dall’elenco emerge la piattaforma MoveOn.org, che aveva sostenuto Hillary Clinton e chiamato “alla ribellione e alla lotta a favore degli ideali americani” la sera della vittoria di Trump.

Soros avrebbe donato 21 milioni di dollari alla multinazionale pro-aborto Planned Parenthood, all’Unione Americana di Libertà Civili, al Centro di Diritti Costituzionali, a Human Rights Watch, People for Bernie, Assata, Assata’s Daughters e alla Federazione di Aborto Nazionale.

ALTRI OGGETTI RIBELLI

Il Pussy Hat non è l’unico oggetto divenuto simbolo di protesta. Chi manifestava a Hong Kong nel 2014 per elezioni libere portava con sé ombrelli per proteggersi dal sole. Da lì l’oggetto si trasformò, casualmente, in un’arma di difesa per evitare i gas lacrimogeni. L’Onda Verde contro i brogli elettorali di Mahmoud Ahmadinejad, in occasione delle elezioni iraniane a giugno del 2009, aveva come simbolo magliette e foulard verdi. Le pentole durante la crisi argentina, i garofani della rivoluzione militare contro il dittatore portoghese Antonio Oliveira Salazar nel 1974 e la maschera di Guy Fawkes nelle rivolte del 1605 in Gran Bretagna sono altri oggetti diventati simbolo del malcontento popolare.

Ecco il reportage del programma Efecto Naim sugli oggetti simbolo di ribellione

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ultima modifica: 2017-02-05T07:00:30+00:00 da Rossana Miranda

 

 

 

 

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