Quando il Partito laburista vinse per la prima volta il seggio di Copeland nel Lake District era il 1935. Il Re era Giorgio V, un governo di unità nazionale guidato dal Conservatore Stanley Baldwin operava per portare il paese fuori dalla depressione economica, Lawrence d’Arabia si spegneva dopo una lunga agonia, e l’Arsenal di Herbert Chapman vinceva il suo terzo titolo consecutivo di campione d’Inghilterra.

Chissà se anche Jeremy Corbyn – peraltro tifosissimo dei Gunners – ha pensato alla portata storica della sconfitta del Labour in una delle sue roccaforti. Per la prima vittoria dal 1982 il partito al governo ha vinto una elezione suppletiva, battendo quello all’opposizione e rafforzando una maggioranza che, numericamente, rimane molto esigua, ma nel paese è talmente schiacciante da rendere scontato l’esito della prossima tornata elettorale nel 2020. Il leader laburista, messo nuovamente in un angolo dai suoi deputati, criticato aspramente dal Guardian e dall’Observer e, più o meno velatamente dal suo vice, Tom Watson – che più che prendersela con lui se l’è presa con quanti nel mondo labour e dei sindacati lo appoggiano incondizionamente sulla strada che conduce alla disfatta elettorale – ha fatto nuovamente spallucce, rispondendo con un secco “no” alla domanda della stampa che gli chiedeva se avesse mai pensato di essere lui la ragione numero uno del tracollo di Copeland, e citando il successo nella suppletiva di Stoke-on-Trent come simbolo dell’ottimo stato di cui gode il partito sotto la sua leadership.

Ha poco da rallegrarsi Corbyn. L’“Uomo di Copeland” – un operaio della working class britannica che lavora nell’industria nucleare della zona, ha votato per la brexit e si ritiene più tutelato dal governo conservatore che non da un labour senza una forte leadership e con lo sguardo rivolto al passato – è il simbolo di un elettore che sta abbandonando il campo della sinistra a passi da gigante: persino Theresa May ha dichiarato che i Tories sono il nuovo partito della working class britannica, riecheggiando così un editoriale del settimanale Spectator che, dopo la sua elezione a leader del partito, paventava addirittura un cambio di nome – e non solo di direzione – in tal senso.

Il successo di Trudy Harrison a Copeland ha fatto sorridere May in un momento clou del processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Non mancano i critici alla linea tenuta dal premier sulla brexit. Lord Heseltine, raro esempio di Tory autenticamente europeista, ha affermato che l’accordo tra Regno Unito e UE dovrà passare per forza di cose da una ratifica parlamentare, mentre Lord Major, il premier che firmò il Trattato di Maastricht in quelle che, all’epoca, erano sembrate condizioni molto favorevoli per il paese, ha criticato l’entusiasmo con cui May e suoi ministri hanno abbracciato l’hard brexit, senza tener conto dei costi e degli svantaggi del post-brexit. Ma May sa che al momento non c’è nessuna alternativa credibile alla sua leadership nel partito e nel paese. La debolezza del Labour guidato da Corbyn blocca la democrazia britannica in un sistema politico guidato da un partito preponderante, senza reali rivali in grado di scalzarlo. La Brexit ha tolto ossigeno elettorale anche allo Ukip: il suo leader, Paul Nuttall, ha fallito nel suo tentativo di farsi eleggere a Stoke, e, ormai, il nuovo centro nevralgico attorno a cui ruota la politica UK, la brexit, ha un padrone chiaro e definito: il Partito conservatore, guidato da Theresa May.

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