Un’intesa che piace a tutte le parti in causa, siglata alla vigilia di un aumento di capitale. L’accordo sui 3.900 esuberi in Unicredit previsti in Italia dal piano “Transform 2019” completa “in modo positivo e socialmente responsabile” – chiarisce il gruppo guidato da Jean Pierre Mustier (nella foto con il presidente Giuseppe Vita) -, la fase di negoziati con i sindacati dei Paesi in cui il piano strategico prevede riduzioni di personale, ovvero Italia, Germania e Austria.

IL COMMENTO DELLA FIRST CISL

“Si tratta di un accordo che, rispetto alle premesse per cui si prevedeva solo una riduzione dell’organico, ha aggiunto l’assunzione di 1.300 lavoratori oltre alla stabilizzazione di altre 600 persone che già lavorano in apprendistato e dunque questo ci porta ad essere particolarmente contenti”, dichiara Giulio Romani, segretario generale First Cisl. “Ovviamente la soddisfazione è sempre in proporzione al punto di partenza. Ci sono state situazioni, come Cariferrara, dove aver scongiurato i licenziamenti può essere già considerato un successo – chiarisce -. Per lavorare sulla nuova occupazione c’erano soprattutto due piani industriali: quello di Cariparma – in cui il piano aziendale prevedeva già il ricambio generazionale – e quello di Unicredit in cui, nonostante noi vedessimo spazi importanti, l’azienda era partita dalla sola riduzione del personale, fin dall’inizio comunque su base volontaria. La trattativa ha portato a un risultato anche qui di importante ricambio generazionale. In termini relativi è l’accordo in cui abbiamo spostato di più, anche se nei giorni scorsi abbiamo pure chiuso un accordo in Intesa Sanpaolo per l’assunzione di 400 persone con un contratto che sperimenterà, per la prima volta nel settore, un rapporto di lavoro misto tra lavoro dipendente part-time e lavoro autonomo come consulente finanziario”. Romani sottolinea poi il fatto che l’intesa ha riguardato anche altre materie quali la produttività e i percorsi professionali dei dipendenti con novità su salario e inquadramenti. “Si tratta di misure che valorizzano una prospettiva e che riconoscono qualcosa a chi si dovrà sobbarcare un lavoro maggiore, visto che anche con i 1.300 ingressi in più ci sarà un saldo negativo di personale e che il gruppo vuole crescere in termini di business”.

IL GIUDIZIO DELLA FABI

Sulla stessa lunghezza d’onda Lando Sileoni, segretario generale Fabi, che parla di “uno dei migliori accordi rispetto a quelli siglati negli ultimi due-tre anni. Sulla gestione degli esuberi si è confermata la linea delle organizzazioni sindacali – che stiamo portando avanti in tutti i gruppi bancari – ovvero di tagliare solo tramite prepensionamenti su base volontaria – spiega -. Oltre alle 1.300 assunzioni e alla stabilizzazione dei 600 già in apprendistato è previsto l’ingresso di circa 100 lavoratori per turn over fisiologico”. Sileoni ricorda poi la “riscossione del premio aziendale, la sistemazione degli inquadramenti, fermi da tempo, e la riorganizzazione in materia di welfare” tramite la fusione dei fondi pensione di Unicredit in Italia, la revisione dei centri ricreativi esistenti (Cral), l’arricchimento dell’assicurazione sanitaria e l’introduzione di una nuova copertura assicurativa per proteggere i dipendenti in caso di invalidità a causa di malattia. Per Sileoni “la grande novità” da evidenziare è che “per la prima volta un gruppo si impegna a non dichiarare più esuberi di personale per i prossimi tre anni. Finora accadeva esattamente il contrario: si chiudeva un piano industriale e poi dopo sette-otto mesi veniva riaggiornato con altri esuberi. Di sicuro si tratta di un importante passo in avanti nonostante un aumento di capitale impegnativo (13 miliardi di euro, ndr) per cui c’è preoccupazione, è chiaro, perché la situazione è complicata. Siamo però fiduciosi”.

LO SCENARIO ABI

Romani rimarca invece un altro elemento dell’intesa siglata qualche giorno fa con Unicredit: “Anticipa l’esito di una trattativa a livello nazionale con l’Abi (mercoledì 8 febbraio è previsto un incontro che potrebbe essere risolutivo, ndr) sulle politiche commerciali e sulla riorganizzazione del lavoro. In pratica, si dovrebbe giungere a forme di partecipazione da parte dei lavoratori per quanto riguarda i controlli perché i recenti episodi di Popolare Vicenza e Montepaschi hanno mostrato sì una carenza di Consob e Banca d’Italia ma anche delle strumentazioni di vigilanza interna – rileva il segretario generale First Cisl -. Si cerca un’intesa per avere commissioni interne che dialoghino con la compliance e le sottopongano le criticità in modo da garantire un approccio trasparente delle banche nella vendita di prodotti finanziari così da ripristinare il rapporto di fiducia con la clientela. Unicredit anticipa – pur in modo blando – quanto dovrebbe realizzare l’accordo nazionale istituendo delle commissioni per l’organizzazione del lavoro e per i controlli”. Per quanto riguarda infine l’aumento di capitale, Romani evidenzia che “si tratta di una cifra enorme che sarà difficile recuperare sul mercato interno o prevalentemente sul mercato interno. Il rischio, pesante, per il Paese è che il gruppo perda la centralità italiana. Ritengo fondamentale, per la salvaguardia dell’economia nazionale, l’italianità del sistema bancario, tanto più oggi che si parla di Europa a due velocità. Dubito, per esempio, che se Montepaschi avesse avuto la testa all’estero ci sarebbe stato un decreto salvabanche, né in Italia né fuori. Per questo, e lo ripetiamo da giorni, occorrerebbe un’azione politica per indirizzare gli investitori istituzionali italiani a partecipare all’aumento”.

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