“Paranza è il nome di barche che vanno a caccia di pesci da ingannare con la luce. Il nuovo sole è elettrico, la luce occupa l’acqua, ne prende possesso, e i pesci la cercano, le danno fiducia. Danno fiducia alla vita, si lanciano a bocche aperte governati dall’istinto. E intanto si apre la rete che li sta circondando, veloce; le maglie presidiano il perimetro del banco, lo avvolgono”.

Il nome paranza viene dal mare. Ed è nel mare della camorra, che si sviluppa il romanzo di Roberto Saviano,“La paranza dei bambini”. Un romanzo che per la potenza narrativa e per ciò che narra colpisce allo stomaco con la forza di un maglio. Perché il lettore non potrà ignorare che, se fosse nato nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, avrebbe potuto essere e diventare e vivere e all’occorrenza anche morire proprio come Nicolas, Drone, Biscottino, Dragò, Dumbo…

Ragazzini impigliati nella rete della paranza malavitosa di Forcella: una “ferita” di Napoli che assomiglia a tante altre parti del mondo (Saviano, ndr). Ragazzini predati e manovrati dai Mangiafoco di turno, già prima dei 16 anni convinti che “oggi ci stammo, domani nun ce stammo… Amico, nemico, vita, morte: è la stessa cosa… Accussì è. È ‘n’attimo. È accussì che se campa.

Ragazzini che potranno impugnare l’agognata pistola solo se avranno saputo rinunciare allo sguardo innocente e stupefatto della loro infanzia, della loro adolescenza, perché “…lo sguardo è territorio, è patria, è guardare qualcuno ed entrargli in casa senza permesso. Fissare qualcuno è invaderlo. Non voltare lo sguardo è manifestazione di potere”. Senza contare che: “Ogni morte ha due volti. L’uccisione è una lezione. Ogni morte è per metà del morto, per metà dei vivi”.

E a coronare il tutto, un unico credo, arcaico, granitico e intransgredibile, su cui si pronuncia solenne giuramento alla maniera degli antichi cavalieri: Adda murì mammà”. Già, perché la madre non si tocca.

La luce occhieggiante dalla paranza che catturerà Nicolas è il “Nuovo Maraja”, fastoso locale di Posillipo sfrontato come lui, che nell’ostentazione di lusso e potere di chi vi è ammesso individua il vero senso della vita. E in nome di tale conquista, Nicolas “Maraja” diverrà presto il capobranco di una banda di ragazzini che, dallo spaccio di droga, dipanerà rapidamente la propria ragion d’essere attraverso imprese sempre più ardite e nefaste, sintetizzabili nella frase che uno di loro rivolgerà alla propria vittima: ”Io per diventare bambino ci ho messo dieci anni. Per spararti in faccia ci metto un secondo”. Il premio di tutto sarà un privée tutto per loro. Al “Nuovo Maraja”, appunto.

Il prezzo da pagare? Altissimo. E straordinariamente crudele. Non foss’altro perché al momento di saldare quello finale (che finale non è) la prosa di Saviano, da disincantata e cronachistica qual è stata prevalentemente sino ad allora, si fa d’un tratto onirica, irreale, struggente, sicché non puoi fare a meno di condividere con lui il tragico presagio e l’atroce sofferenza di ciò che accadrà.

“…E la luce si spegne. I pesci vengono sollevati, il mare per loro sale repentinamente, come se il fondale si stesse alzando verso il cielo. Sono solo le reti che tirano su. Strozzati dall’aria, le bocche si schiudono in piccoli cerchi disperati e le branchie che collassano sembrano vesciche aperte. La corsa verso la luce è finita.”

Roberto Saviano

“La paranza dei bambini”

Feltrinelli, 347 pp. euro 18,50

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