Voucher, è un danno averlo abolito alle mamme lavoratrici

Voucher, è un danno averlo abolito alle mamme lavoratrici

L’abolizione immediata delle norme sul lavoro accessorio è un danno i cui effetti si stanno dipanando velocemente, soprattutto per le lavoratrici, per tre motivi fondamentalmente.

Il primo disastro comporta l’abrogazione dei voucher baby sitting che le mamme lavoratrici potevano chiedere in sostituzione del congedo parentale che era stato prorogato al 2018 con la legge di bilancio, quindi l’unico modo per utilizzare ancora l’agevolazione per loro resta il contributo asilo nido sempre di 600 euro e diretto alla struttura convenzionata: le lavoratrici dipendenti ne hanno diritto per sei mesi, le autonome per tre mesi.

È bene però sapere, nella confusione che si è creata e che sicuramente non agevola le mamme lavoratrici che contavano su questo strumento e devono rinunciare alla baby sitter, che l’Inps sta cercando di far fronte a questo problema lasciando aperto l’accesso al sostegno previsto (sono 40 milioni per quest’anno) fino ad esaurimento delle domande per i nidi.

Il secondo danno per le lavoratrici sta nel fatto che i voucher/buoni lavoro eliminati dal 17 marzo scorso – utilizzabili solo quelli già acquistati ma solo fino al 31 dicembre – erano molto utili per i lavori domestici, lavori stagionali, hostess di eventi e i settori che più ne sono penalizzati sono settori ad altissima occupazione femminile e dunque che necessitano di forme flessibili di lavoro.

Il decreto 25/2017 approvato dal consiglio dei Ministri per evitare il referendum della Cgil, lascia un vuoto legislativo gravissimo per i lavori accessori regolamentati peraltro recentemente dagli art 48/49 e 50 del Jobs act, e dunque aumenta la disoccupazione proprio delle categorie più deboli. È giusto ricordare che in media, i lavoratori pagati con voucher hanno guadagnato 600 euro lordi all’anno a testa.

Somme lontane dalle remunerazioni che si ottengono attraverso un lavoro continuativo, e che infatti sono state percepite per due terzi da persone con un’altra fonte di reddito, da lavoro autonomo, dipendente o anche da pensione, in cerca di un’integrazione del reddito che sono in maggior parte le donne. Cancellare i buoni lavoro, completamente o parzialmente, non vuol dire solo danneggiare le imprese, ma togliere a queste persone un’occasione di guadagno. C’è inoltre da considerare il fatto che quelle prestazioni sono comunque presenti nelle imprese.

Dunque, epilogo “paradossale” per alcuni settori, come turismo e ristorazione, nei quali l’occupazione stabile è cresciuta ma anche i voucher erano uno strumento molto apprezzato soprattutto perché consentivano di operare legalmente e con semplicità, soprattutto contrastando il lavoro nero.

ultima modifica: 2017-03-28T17:29:01+00:00 da Alessandra Servidori

 

 

 

 

 

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