Non è tanto il timore di perdere copie che fa arricciare più d’uno dentro la Conferenza episcopale italiana e, in particolare, nelle stanze della redazione di Avvenire. D’altronde, molto clamore dunque molta pubblicità, si sa. La preoccupazione è di essere finiti nel calderone del dibattito politico di basso livello dal quale il quotidiano dei vescovi di solito si tiene alla larga, anche negli anni in cui le pressioni per un appoggio totale a Silvio Berlusconi si facevano ben sentire. Ma la doppietta intervista a Beppe Grillo e intervista di Marco Tarquinio al Corriere della Sera ha rotto lo schema tradizionale. Con Tarquinio che dice che la comunanza di vedute tra la Chiesa e il Movimento 5 stelle c’è per tre quarti e la tosta precisazione smentita ventiquattr’ore dopo del segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, che si dice “arrabbiato” per la sortita.

Il fatto è che la partita è ben più rilevante e rientra nella fase caotica e confusa che porterà tra un mese quasi esatto i vescovi italiani a rinnovare i propri vertici. Dopo l’èra a guida Ruini (dal 1991 al 2007, ma con il decisivo quinquennio 1986-1991 che lo vide segretario generale incaricato di applicare la “svolta” voluta da Giovanni Paolo II) e i dieci anni di Bagnasco, a trenta giorni dalle scelte non si sa cosa accadrà. I nomi circolano, ma è il solito pour parler fatto di indiscrezioni, candidature per conto terzi, malelingue all’opera. Il punto è che per la prima volta i vescovi italiani dovranno votare e presentare al Papa una terna di nomi, dalla quale poi Francesco (forse) attingerà per nominare il nuovo numero uno.

Con l’incertezza derivante dall’attuale legge elettorale e l’incapacità a oggi di comprendere chi potrà governare il Paese tra meno di un anno, la Cei dialoga con tutti. È sempre accaduto. Così, l’apertura al dialogo è finita per diventare un chiaro endorsement, non benedetto esplicitamente da Galantino, benché – si fa notare – è alquanto improbabile che “la doppietta” di interviste fosse del tutto ignota ai vertici della Conferenza episcopale. Anche perché se c’è uno nel quartier generale sulla Via Aurelia che non tollera chiusure aprioristiche con questo o quell’interlocutore politico è proprio Galantino. Lo si è visto anche l’anno scorso, in merito al dibattito sulle unioni civili. Mentre una grossa fetta dei vescovi era pronta allo scontro, il segretario generale teneva aperti i canali del dialogo.

C’è chi ha visto nella mossa di Avvenire l’avvelenato tentativo dei “ruiniani” di far sentire la propria voce, ma questa appare una ipotesi che non raccoglie troppi consensi negli osservatori di cose vaticane. A maggior ragione oggi che con il continuo valzer di nomine nelle diocesi, il peso del gruppo legato all’ex presidente legato alle battaglie sui princìpi non negoziabili è sempre meno rilevante. Si è trattato del risultato del caos imperante, con una Cei che cerca di seguire il sentiero delineato dal Papa e – conseguentemente – terrorizzata dal dover votare tre nomi che possano risultare sgraditi a Francesco. In questo mare mosso si muovono tutti gli attori coinvolti: dai presuli ai segretari generali “arrabbiati” fino ai responsabili dei media. Soprattutto quelli che vedranno la loro sorte (è il caso del direttore di Avvenire, ad esempio), decisa non da monsignor Galantino ma – per Statuto – dal successore oggi ignoto di Angelo Bagnasco.

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