L'articolo di Livio Zanotti, giornalista già all'Espresso, alla Stampa e alla Rai come corrispondente dall'America Latina

La storia non è mai scritta una volta per sempre, ma neppure può essere rovesciata a capriccio per manovre inconfessabili o spudorata superficialità. Approfondimenti ed eventuali correzioni devono essere adeguatamente ragionati e ben documentati. Invece l’improntitudine, quando non la provocazione intenzionale o l’una e l’altra insieme, di tanto in tanto si fanno avanti a sfidare fragorosamente verità note e riconosciute. Saggiano le reazioni, ripiegano senza rinunciare, si preparano in attesa del prossimo assalto.

Il negazionismo ne è la reiterazione più frequente. Nei confronti dell’Olocausto ebraico è periodica. Ma non è unica. Adesso, in vista del cinquecentenario della caduta di Tenochtitlan, nel 1521, e della definitiva distruzione dell’impero azteco, vi si aggiunge il tentativo non del tutto inedito e tuttavia insolito di riabilitare la feroce Conquista spagnola dell’America Latina. E sbaglierebbe chi lo vedesse come qualcosa di irrilevante, in quanto remoto nel tempo e nella geografia, a noi comunque estraneo. È un intervento bugiardamente cinico sulla politica di oggi, il tentativo di riproporre un giudizio di valore inaccettabile.

Forse nell’idea che di questi tempi si possa fare qualsiasi affermazione tanto qualcuno che ci creda lo si trova sempre, il presidente della Televisione Pubblica spagnola (TVE), José Antonio Sanchez – non un passante qualsiasi -, ha dichiarato che gli aztecas erano come i nazisti. Perciò Cortez, Pizarro, Alvarado e i loro armati che li hanno sterminati in nome dei cattolicissimi sovrani di Castiglia e Aragona, hanno compiuto una missione evangelizzatrice e di civiltà. Per i messicani la civiltà azteca fu invece sopraffatta con l’inganno e la forza, il paese depredato; tuttavia tra le due civiltà si produsse un violento intercambio che a posteriori ha mostrato anche aspetti proficui.

Dozzine di storici, dai primi gesuiti ai giorni nostri (vedi Gruzinski), testimoniano di una Conquista che per protrarsi nel corso di molti decenni ha avuto diverse fasi. Gli aztechi avevano costruito un potente impero con la forza delle armi e il rigore di una burocrazia teocratica, più o meno come tutti gli imperi conosciuti nella storia. E al pari di non pochi di essi praticavano sacrifici umani, talvolta prolungati per mesi e dunque orrendamente sanguinosi. Praticavano anche la schiavitù. Non erano certo angeli sulla terra, infatti nessuno li rappresenta come tali. Nondimeno, giudicato nel contesto del suo tempo, il loro fu un sistema politico-culturale di grande rilevanza.

Alcune cifre comunemente accettate dagli storici della demografia e riprese dal recentemente scomparso filosofo bulgaro-francese Tzvetan Todorov nella sua “Conquista dell’America”, danno un’idea della dimensione del massacro compiuto dagli spagnoli: nel 1500 l’intera popolazione della terra doveva essere nell’ordine di 400 milioni di abitanti (oggi siamo oltre 7 miliardi e mezzo); di questi, 80 milioni vivevano con ogni probabilità in America e costituivano società organizzate. Nel caso degli aztechi con un livello culturale, sociale e amministrativo di alto livello, con scienziati, ingegneri e poeti.

Cinquant’anni dopo l’arrivo degli spagnoli, degli 80 milioni ne restavano 10. Nel solo Messico viene stimato che abitassero intorno a 25 milioni di persone appartenenti a decine d’etnie diverse. Un secolo dopo ne sopravvivevano appena un milione. Non tutti i morti erano stati passati a fil di spada. La maggioranza erano finiti uccisi dalle epidemie di vaiolo e di peste ad essi fino ad allora sconosciute e contro le quali non avevano difese, oltre che dai maltrattamenti. Nelle miniere d’oro e d’argento erano costretti a lavorare fino allo sfinimento.

Le imposte che gravavano sui centri urbani indigeni erano talmente pesanti che per pagarle gli abitanti quasi non mangiavano e spesso le famiglie erano costrette a vendere al mercato degli schiavi mogli e figli. Dalle stesse cronache dei conquistadores e ancor più dai documenti scritti dei sacerdoti cattolici al seguito (fondamentali Bernardo de Sahagún e Bartolomé de las Casas), apprendiamo che l’incremento demografico decadde rapidamente. Stante la situazione in cui erano precipitati gli indios, le cause sono intuitive. Il processo di colonizzazione e sfruttamento si protrasse per secoli ed ebbe fasi alterne, senza mai perdere tuttavia il suo carattere distruttivo.

Sorto dall’ottimismo illuministico di Jean Jacques Rousseau e più ancora dalla sua volgarizzazione, il mito del buon selvaggio, dell’uomo che perde la primitiva innocenza solo al contatto con la civiltà, è stato ampiamente criticato e appartiene ormai da tempo alla storia dell’antropologia culturale. Ma se il ragionamento razionale si è imposto all’armonia dell’istinto, l’esperienza sulla natura; non va dimenticato che così come natura e armonia sono insidiate dal misticismo, la ragion pratica non lo è meno dall’individualismo esasperato, dalla prepotente arroganza del suo cinismo.

Smentito da mezza Spagna accademica (nel silenzio dell’altra metà), José Antonio Sanchez ha ammesso che della Conquista non sa molto e il lavoro gli ha impedito di approfondire. Da Città del Messico gli hanno replicato di trarre profitto dalla circostanza, si dimetta e legga qualche libro. Ma è improbabile che segua il consiglio. Amico dell’ex presidente José Aznar e dell’attuale Mariano Rajoy, ha fatto carriera come fiduciario del Partito Popolare: prima a Tele Madrid, dove ha ristrutturato cacciando 840 tra giornalisti e tecnici; poi, dal 2014, alla TV di stato, votato esclusivamente dai parlamentari del PP, che per difenderlo dalle critiche di tutti gli altri partiti hanno rotto l’impegno a sostenere un candidato di consenso.

www.ildiavolononmuoremai.it

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