Arriva Lenin, ma non è il ritorno dei bolscevichi. Il nome del vincitore delle “presidenziali” di domenica scorsa in Ecuador – Lenin Moreno -, è solo un atto smisurato e fuori tempo del padre. Arriva a Quito – del resto -, non a San Pietroburgo. Tuttavia il senso politico di un risultato che arresta l’avanzata della destra in Sudamerica non è così remoto, come potrebbe suggerire la distanza che lo separa dalle grandi metropoli dell’occidente. Al contrario, si inserisce del dibattito universalizzato dalla globalizzazione: pro o contro la funzione centrale dello stato nei processi di sviluppo. Con peculiarità proprie e interessanti, come il notevole protagonismo degli indios.

Moreno è il delfino del presidente uscente Rafael Correa, un economista che tra molti applausi e non pochi fischi ha comunque stabilizzato e fatto crescere l’economia ecuadoriana, dopo oltre un decennio di sconquassi dolorosi e dolosi dei governi di destra. Ha vinto come si vince oggi nei Paesi di società aperte e frazionate, con contraddizioni varie e dunque d’ampia offerta politica (una dozzina di partiti, solo in parte riuniti in coalizioni): con un sicuro punto e mezzo abbondante di vantaggio. E un programma circoscritto dal mancato recupero dei prezzi internazionali del petrolio, merce numero uno dell’export: case popolari, turismo, sanità e scuola pubbliche.

L’avversario, il banchiere ultraconservatore Guillermo Lasso, è stato favorito dalle forti critiche di autoritarismo e corruzione non del tutto immotivate rivolte al presidente uscente, Correa, anche da parte di numerosi suoi ex sostenitori. Ma non sono state sufficienti a far dimenticare il suo coinvolgimento nelle vicende del “decennio nero”, nel corso della presidenza di Abdalà Bucaram, eletto nel 1996 e destituito l’anno seguente dal Congresso per “incapacità mentale”; e in quella di Jamil Mahuad, del quale Lasso fu ministro tra il 1999 e il 2002, sfociata in uno tsunami finanziario che ha mandato il paese in coma, mentre i furbi di sempre accumulavano fortune off-shore.

Dei 16 milioni di abitanti dell’Ecuador, decisivo è stato il milione di indios che lo abitano da un millennio. Arrivati solo in quest’ultimi vent’anni alla partecipazione della politica nazionale dalle periferie più impervie in cui erano stati relegati per cinque secoli, dalla Conquista ai giorni nostri, hanno votato in grande maggioranza per Lenin Moreno. Malgrado le loro rispettive organizzazioni etniche, confederate nella Conaie, fossero tra le più severe nelle critiche ai governi di Correa e per conseguenza poco entusiasti del suo erede. Un esempio di lucidità tattica che conferma la straordinaria evoluzione delle popolazioni originarie in Ecuador e nell’intero arco andino.

Meno facilmente leggibili sarebbero risultati finora i criteri di aggregazione del voto nell’elettorato meticcio. Ed era da aspettarselo, visto che costituisce oltre il 70 per cento del totale e raccoglie pertanto un vasto arco di formazioni culturali e interessi materiali. Nonostante ciò, il realismo e la moderazione su cui Moreno ha costruito la sua campagna elettorale hanno richiamato una fiducia maggioritaria anche in questa parte tanto eterogenea degli equadoriani. Lasso e la destra più estrema hanno denunciato brogli e congiure fino all’ultimo momento dello scrutinio. Ma infine dovranno accettare il risultato. Sempre che Moreno sia capace di consolidare bene e in fretta la sua azione di governo.

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