L'analisi di Carlo Torino

Appare sempre più evidente che sulla questione bancaria, e in modo particolare sul tema del bail-in, si voglia porre l’Italia nella condizione di un “affare Dreyfus” permanente. Il clima arroventato delle polemiche, delle invettive al Meccanismo unico di vigilanza; dell’irrequietismo cattedratico di taluni docenti; delle inquietudini di certi esponenti della Magistratura, ci offrono la misura del clima da “otto settembre” che si vive oggi nel nostro Paese. Ma tentiamo di procedere con ordine.

Occorre in primo luogo deporre lo armi della lotta politica e tentare di addivenire a un’esegesi scevra da condizionamenti ideologici, considerato che la questione è di natura squisitamente tecnica. E sebbene sulla politica ricada l’onere di congegnare soluzioni creative in sede negoziale, con Commissione e Bce, va pure riconosciuto che i margini di manovra sono alquanto angusti.

Il governo Renzi prima, e l’attuale esecutivo poi hanno – e lo si può dire senza riposta intenzione agiografica – gestito bene una situazione che poteva deflagrare con effetti disastrosi per l’economia nazionale. E ciò è vero sia per la questione ancora aperta del Monte dei Paschi, sia per quella delle quattro banche regionali poste in risoluzione. Si è voluto, sulla questione, criticare strumentalmente il governo, fingendo di non capire che le responsabilità più gravi sono attribuibili proprio alle istituzioni Europee. E senza con ciò assolvere i vertici aziendali e il loro inammissibile regionalismo corrotto, i quali – con le loro politiche piene di avventurismo – hanno cantato le esequie del tessuto produttivo locale.

Emblematica a tal proposito la vicenda delle quattro banche regionali, ove il governo agì predisponendo una soluzione che non contemplasse coinvolgimento alcuno di denaro pubblico: a un tempo garantendo correntisti e obbligazionisti ordinari. Ma c’è di più: si ebbe anche il tempo di limitare il bail-in ai soli azionisti e obbligazionisti subordinati, eludendo in tal modo la disposizione normativa – che pure era già stata recepita in quello stesso novembre -, la quale in caso di “risoluzione” avrebbe imposto la partecipazione alle perdite fino all’otto per cento delle passività totali.

Il Fondo di risoluzione – gestito dalla Banca d’Italia, e compartecipato dal sistema bancario nazionale nel più ampio quadro dei regolamenti sul Meccanismo di risoluzione unico (Srm) – se ne assunse gli oneri inerenti alla ricapitalizzazione delle quattro “banche ponte”, ponendo altresì mano alla svalutazione delle sofferenze da otto a circa 1.5 miliardi: queste già opportunamente trasferite in una bad bank unica.

Pochi sono inoltre a conoscenza – o abilmente dissimulano –  del fatto che l’operazione di risoluzione (in luogo di una altrimenti inesorabile liquidazione, con conseguenze che si sarebbero potute non a torto presagire distruttive) fu resa attuabile grazie ad una garanzia di circa 1.5 miliardi che la Cassa depositi e prestiti s’impegnò a prestare nei confronti di quel gruppo di banche che estesero un prestito – peraltro a condizioni di mercato – al Fondo di risoluzione, e oggi parzialmente rimborsato.

La questione della banca Monte dei Paschi (Mps), non meno articolata, e ben più imponente in termini dimensionali, veniva affrontata alla luce di un contesto normativo che vedeva ormai la direttiva sul risanamento e la risoluzione degli istituti di credito in pieno vigore. Il tema di cruciale importanza fu di temperare gli effetti profondamente nocivi dell’applicazione del bail-in sugli obbligazionisti retail, garantendone un più mite trattamento in sede di conversione (in nuovo debito senior anziché in azioni di nuova emissione). L’esecutivo Gentiloni, incalzato dagli eventi, ha varato un piano di ricapitalizzazione precauzionale, delineato nel più ampio decreto Salva-risparmio, il quale metteva a disposizione venti miliardi per il sistema finanziario: di cui 6.5 da destinare a Mps.

Diverso invece il caso delle due banche venete, sul quale Bce e Commissione hanno posto la pregiudiziale della solvibilità individuale: inevitabile alfine di ottenere l’imprimatur per la ricapitalizzazione precauzionale. La situazione patrimoniale dei due istituti presenta analogie con quella di Mps che non sono se non apparenti e di superficie. La solvibilità della banca senese – precondizione per non essere posta in risoluzione – non fu mai discussa, come dimostrarono i risultati delle prove di stress. Le Venete presentano inoltre una struttura delle passività meno articolata e in certo modo meno complessa: l’incidenza della componente subordinata è minore, e ciò espone obbligazionisti ordinari e correntisti a rischi potenziali. Tanto maggiori quanto più si venisse a profilare uno scenario in cui la Bce volesse eccepire sulla stabilità patrimoniale, lasciando in tal modo incombere la truce visione di una risoluzione che porterebbe con sé l’imposizione di un bail-in per almeno l’otto per cento delle passività complessive: coinvolgendo inesorabilmente financo i correntisti.

I rapporti di forza appaiono equilibrati e si vuol credere che sia interesse di nessuno il cimentare le energie produttive del Paese in una crisi bancaria dai risvolti imprevedibili.

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