“Sulle Dat è necessaria una buona legge”. E il disegno di legge attualmente in discussione sulle Disposizioni anticipate di trattamento “non è in alcun modo finalizzato a introdurre in Italia una normativa che legalizzi l’eutanasia”. “Presentarlo all’opinione pubblica come finalizzato a far entrare nel nostro ordinamento un’eutanasia mascherata, non rende onore alla verità”. Parola di Francesco D’Agostino (nella foto), presidente dell’Unione giuristi cattolici (Ugci). Ed è subito bufera. Giacomo Rocchi, magistrato e consigliere della Corte di Cassazione, ne chiede le dimissioni dalla guida dell’organismo il cui Statuto è approvato dalla Conferenza episcopale.

LE INTERPRETAZIONI FORZATE SECONDO IL PROF

La riflessione di D’Agostino è affidata ad un editoriale firmato il 30 marzo su Avvenire. Ed è una posizione autorevolissima quanto piuttosto isolata nel fronte cattolico che da mesi si interroga sul ddl Lenzi. Di fatto, bocciandolo. D’Agostino concede invece un’apertura che sfiora l’endorsement. Pur riconoscendo la necessità di migliorare la legge in alcuni punti, rigetta che questa possa aprire all’eutanasia, come sostengono medici, moltissimi giuristi cattolici ed esponenti delle associazioni. Dall’appello del Centro studi Livatino al Movimento cristiano lavoratori, per citarne solo due, sono parecchi i bersagli di D’Agostino tra coloro che presentano il ddl “come eutanasia mascherata”. È quella “un’interpretazione forzata”, sostiene il professore: “Onestà vuole che una legge vada valutata per ciò che dice e non per ciò che potrebbe farle dire un interprete subdolo o malevolo”.

GIURISTI CONTRO IL PRESIDENTE DEI GIURISTI

Le reazioni sono immediate e dure. Marco Ferraresi, che dell’Ugci è consigliere nazionale e a capo della sezione di Pavia, prende le distanze: “Mi dissocio; dimostra di non aver compreso il testo della legge. Esso introdurrebbe, eccome, l’eutanasia nel nostro ordinamento”. Quindi l’affondo: “Che proprio il presidente dell’Unione giuristi cattolici italiani si esprima in questo modo su punti così delicati, che ineriscono al diritto alla vita e al comandamento di non uccidere, non può che suscitare dolore e sconcerto”. Ricorda almeno tre profili critici che l’analisi di D’Agostino non tiene in considerazione: lo snaturamento della professione medica; i limiti alla volontà del paziente circoscritti unicamente per la richiesta positiva di applicazione di trattamenti sanitari ma non al “diritto” di rifiutare o interrompere le terapie, fino all’idratazione e all’alimentazione artificiali; e l’eutanasia di minori e incapaci “decidibile da genitori e tutori”.

“ECCO COME FUNZIONEREBBE LA LEGGE”

Il magistrato Giacomo Rocchi, che per mestiere interpreta e applica le leggi, sfida il professor D’Agostino ad una “prova sul campo” di come funzionerebbe la legge Lenzi. Esito: “L’eutanasia che si vuole legalizzare (ovviamente senza dirlo) è quella dei disabili, degli anziani (soprattutto se poveri o in stato di demenza), dei neonati ‘imperfetti’ che, forse, ‘non vale la pena’ rianimare per non farli gravare sulla famiglia e sulla società”. In definitiva, conclude Rocchi, “il Parlamento ha in mente ciascuno di noi: cosicché, se non saremo stati così sciocchi da firmare una disposizione anticipata di trattamento – il nulla osta ad una rapida liberazione di un posto letto in ospedale o nella casa di riposo … – rischieremo ugualmente di doverci difendere da tentativi di farci morire in anticipo, con il timbro dello Stato”.

AVVENIRE NEL MIRINO

Molti dei commenti all’editoriale di D’Agostino tirano in ballo direttamente la responsabilità del quotidiano della Conferenza episcopale italiana. Si pretende un’equazione diretta e semi ufficiale della sua riflessione con le posizioni della Cei. A guardare bene, in realtà è da settimane che Avvenire va pubblicando analisi e commenti di ben altro tenore. Due giorni dopo l’editoriale sotto accusa, dalle stesse colonne è intervenuto il presidente del Movimento per la vita, Gian Luigi Gigli. Nessuno accenno esplicito a D’Agostino, ma la replica è evidente fin dal titolo: “Il rischio mortale che non si vuol vedere”. Quindi l’affondo: “La rinuncia a sostegni che non servono a curare la malattia, ma sono indispensabili a tenere in vita il paziente, non può essere definita altrimenti che un come scelta suicidaria, nel primo caso, o eutanasica, nel secondo. Sotto sotto, chi sostiene questa legge ritiene che l’eutanasia sia solo quella attiva, attraverso la somministrazione di un farmaco letale, negandone la versione omissiva, da sottrazione di cure, benché esse condividano la volontà di affrettare la morte del paziente”. Di deriva eutanasica aveva detto con grande evidenza il giornale del Papa, con un duro articolo firmato dal medico palliativista Ferdinando Cancelli per l’Osservatore Romano: “Il fatto che il testo non preveda in nessuna sua parte l’esplicita esclusione di pratiche come l’eutanasia e il suicidio assistito rafforza il timore di derive in questo senso”.

I PRECEDENTI DI D’AGOSTINO

Francesco D’Agostino è, tra l’altro, docente di Filosofia del diritto alla Lumsa e di Diritto canonico alla Pontificia università lateranense. È membro del Comitato nazionale di bioetica. Come presidente dell’Unione giuristi cattolici ha ufficio nello stesso palazzo di via della Conciliazione dove hanno sede anche l’Azione cattolica e la Pontificia accademia per la vita, di cui è stato accademico e che ora si sta riorganizzando. Non è la prima volta che le sue posizioni provocano subbugli nel mondo cattolico. Nel 2103, sempre da Avvenire, intervenne nel dibattito intorno al ddl Scalfarotto sull’omofobia. Riconosceva che il disegno di legge potesse limitare la libertà di espressione, ma che non bisognava opporsi ad una legge sull’omofobia che rappresenta la tutela contro ogni “odioso incitamento alla discriminazione e alla violenza”. Gli replicarono in tanti. A cominciare, a stretto di gira di pagina, lo stesso giorno, dal direttore del quotidiano, Marco Tarquinio. D’Agostino non si è schierato per il Family Day dello scorso anno, provocando il malcontento di alcuni giuristi cattolici che avrebbero preferito una linea più movimentista. Bocciava comunque l’allora ddl Cirinnà sulle unioni civili, invitando i parlamentari cattolici a fare proposte alternative, “perché una legge serve”. Intervistato da Famiglia Cristiana parlava anche di eutanasia: “Bisognerebbe tranquillizzare i medici sulla liceità etica del rifiuto dell’accanimento terapeutico, cosa che oggi molti medici hanno paura di praticare perché temono azioni giudiziarie nei loro confronti”. E insisteva sul “valore bioetico della sedazione terminale”.

IL NO DEI VESCOVI AL DDL LENZI

Il disegno di legge sul fine vita in discussione alla Camera non piace ai vescovi. Perplessità che si fanno giudizio negativo nelle parole del segretario generale e del presidente della Cei. Nunzio Galantino ha chiarito che “una legge che attribuisca tutto il potere solo e unicamente all’autodeterminazione della persona non può essere accettata”. Angelo Bagnasco nella prolusione all’ultimo consiglio permanente della Cei ha evidenziato che “l’accanimento terapeutico – di cui non si parla nel testo – è una situazione precisa da escludere, ma è evidente che la categoria di ‘terapie proporzionate o sproporzionate’ si presta alla più ampia discrezionalità soggettiva, distinguendo tra intervento terapeutico e sostegno alle funzioni vitali”. Il cardinale si è inoltre detto “sconcertato” nella riduzione del medico a “funzionario notarile, che prende atto ed esegue”, con buona pace della libertà all’obiezione di coscienza. Quindi la parola che non si vuol sentire, e che Bagnasco scandisce: “La morte non deve essere dilazionata tramite l’accanimento, ma neppure anticipata con l’eutanasia: il malato deve essere accompagnato con le cure, la costante vicinanza e l’amore”. D’Agostino invita invece “ad abbandonare in parte (solo in piccola parte!) il vecchio paradigma della medicina ippocratica”. Ammette che la possibilità di una interpretazione eutanasica esista, “ma se ci lasciamo condizionare da questi timori, finiamo per pietrificare il nostro ordinamento”.

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