È stato uno dei maggiori interpreti della politica estera Usa anche dopo la fine del suo mandato politico. L'analisi di Marco Andrea Ciaccia

UN POLACCO A WASHINGTON

Nato a Varsavia nel 1928, Zbigniew Brzezinski si è imposto come il primo e più importante “teorico” di una strategia imperiale americana. Le origini polacche sono state certamente importanti nel suo delineare l’importanza dell’Heartland, il cuore europeo tra Germania e Russia. Secondo il vecchio adagio, oggi certamente relativizzato, chi controlla l’Heartland controlla il mondo, e Brzezinski dedicò molte forze a fare degli USA una potenza attenta a questi equilibri tipicamente continentali.

IL “KISSINGER DEMOCRATICO”

Egli emerse come la figura che seppe tirare le fila degli USA post-Vietnam, durante la presidenza Carter tra il 1976 e il 1980. Non è certo un caso che ancora oggi Jimmy Carter sia l’ex presidente più ascoltato nelle vicende globali. Dietro di lui il lavorio di Brezinski fu fondamentale. Carter-Brzezinksi approntarono una ardita strategia di difesa avanzata regionale in Medio Oriente, con una deterrenza affidata a gruppi di reazione rapida. L’idea era quella di impedire ogni ulteriore movimento sovietico nella regione.

L’IMPORTANZA DELLE FORZE CONVENZIONALI

In questo si differenziava anche militarmente da Kissinger, abituato alla prevalenza aereo-missilistica del dominio strategico americano. Per Kissinger la proiezione sulla massa continentale, per quanto estranea alla tradizione militare USA, aveva ricaschi anche sul ruolo e la modernizzazione dell’esercito. In generale, sotto il suo impulso, la politica militare si è avvicinata alla realtà sul campo di battaglia (virtuale) centro-europeo, dove la misura della superiorità convenzionale sovietica negli anni Settanta raggiunse un limite pericoloso.

LA GRANDE SCACCHIERA

Negli anni Ottanta e Novanta Brzezinski si è dedicato a individuare le “priorità triangolari” tra Europa, Giappone, URSS, USA e Cina. Andava oltre alla visione triangolare univoca del Nord del mondo, considerando strategica la Cina. Dunque pensava ad un’Asia multipolare. Si riallacciava alla tradizione europeista di Kissinger, considerando necessario un unico interlocutore nel vecchio continente. Il suo libro “La Grande Scacchiera” del 1997 è certamente un testo chiave, assai più scientifico e meno ideologico del coevo e fin troppo citato “Guerra di civiltà” di Sam Huntington.

IL SUO LASCITO, IL CSIS

A Brzezinski si deve la fondazione del Center for strategic and international studies di Washington, prestigioso think tank bipolare e interpartitico che è sempre stato alieno dalle mode elettorali, quali il cosiddetto interventismo neocon cui è stato ingiustamente avvicinato. Dal CSIS partono ancora oggi input fondamentali per la politica estera USA. Nessun candidato né tanto meno presidente, checché ne dicano gli ultras di un Trump presunto “uomo di popolo” e “isolazionista”, può prescindere dalle linee guida elaborate da questo gigante del pensiero geostrategico.

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