L'analisi di Lorenzo Mariani

La vittoria di Moon Jae-in alle elezioni presidenziali di martedì scorso segna il ritorno dei liberali alla guida della Corea del Sud dopo quasi dieci anni di dominio conservatore. Con un’affluenza di circa il 77%, i sudcoreani hanno risposto alle crescenti sfide interne e alla problematica questione regionale decidendo di dare fiducia all’uomo che aveva promesso una svolta radicale nella conduzione politica del Paese.

Con lo scemare del fervore post-elettorale, a Moon, che si insedierà mercoledì 17, toccherà dimostrare la concreta applicabilità ed efficacia delle molte riforme promesse nel corso dei mesi scorsi. Nonostante gli stringenti problemi interni, gli occhi della comunità internazionale sono ora puntati sulla Corea del Sud per vedere se il nuovo presidente saprà realmente portare Kim Jong-un al tavolo dei negoziati.

Durante la breve campagna elettorale che ha fatto seguito all’impeachment dell’ex presidentessa Park Geun-hye e che ha portato al risultato di martedì, Moon Jae-in aveva delineato, senza scendere troppo nei dettagli, la sua strategia per riportare la Corea del Nord al dialogo e cercare di evitare quel confronto che solo qualche settimana fa veniva dato per imminente.

LA SUNSHINE POLICY 2.0

L’apertura di Moon nei confronti di Pyongyang ed il suo piano per una “riunificazione economica” tra i due Paesi hanno portato nei giorni scorsi diversi analisti a parlare di una possibile rivitalizzazione della Sunshine Policy, la politica di cooperazione tra il Sud e il Nord della penisola coreana condotta tra il 1998 ed il 2007 dai presidenti progressisti di Seoul Kim Dae-jung e RohMoo-hyun.

Il neoeletto presidente, che in passato ha lavorato proprio sotto il governo Roh, ha annunciato che il suo primo atto in qualità di capo dello Stato sarà la riapertura del complesso industriale di Kaesong, situato sul versante nordcoreano del 38° parallelo e chiuso a febbraio dello scorso anno dall’allora presidentessa Park, in risposta alle continue provocazioni da parte di Pyongyang.

Il progetto di cooperazione di Kaesong era stato avviato su iniziativa sudcoreana nel 2004 con l’idea di ingaggiare la Corea del Nord dal punto di vista economico e creare un canale di comunicazione preferenziale con Pyongyang su temi non marcatamente politici. Secondo la strategia di Seoul, la cooperazione economica avrebbe spinto Kim Jong-il, padre dell’attuale leader, ad iniziare il processo di riforma del Regno eremita necessario per uscire dalla stagnazione dando così il via al lungo percorso volto a riequilibrare il divario economico tra i due Paesi (soprattutto in vista di una possibile riunificazione).

Seppur con diverso entusiasmo,i successivi governi al potere a Seoul si sono impegnati a fornire incentivi alle 124 imprese sudcoreane che hanno deciso di investire nel complesso industriale, il quale ha generato 54.000 posti di lavoro per i cittadini nordcoreani ed un introito complessivo per Pyongyang di circa 100 milioni di dollari.

Moon Jae-in, che ha fatto della riapertura di Kaesong uno dei principali punti del suo programma elettorale, ha annunciato di voler lanciare un nuovo progetto per l’allargamento del sito industriale, cercando al contempo nuovi investitori intenzionati a finanziare l’iniziativa.

LE SFIDE ALLA STRATEGIA DEL PRESIDENTE

La presunta Sunshine Policy 2.0 di Moon Jae-in è stata accolta positivamente non solo dalla popolazione sudcoreana, ma anche dalle diverse voci che negli scorsi anni avevano condannato l’atteggiamento di chiusura nei confronti del Nord dimostrato dalle precedenti amministrazioni. Tuttavia, le sfide che si pongono di fronte alla strategia del nuovo presidente sono molte.

Ad interferire con i progetti di Moon vi è in primo luogo la natura stessa del complesso di Kaesong. Il sito industriale è un progetto spiccatamente politico ed è, dunque, incline a risentire degli effetti delle continue tensioni tra i due Paesi della penisola. Kaesong rappresenta un investimento molto rischioso per le imprese sudcoreane, le quali hanno infatti registrato solo nello scorso anno una perdita di circa 1.300 miliardi di dollari a causa della chiusura imposta a febbraio. Nonostante il governo di Seoul abbia promesso di risarcire le perdite, ad oggi il consorzio della aziende che operano a Kaesong ha ricevuto in compensazione soltanto il 32% del totale.

Sono poi molti i dubbi sulla reale efficacia del progetto nell’imporre dei cambiamenti sostanziali alla Corea del Nord sotto il profilo economico. L’effetto spill-over all’interno dell’economia nordcoreana degli introiti generati dalla collaborazione con le aziende straniere è fortemente limitato dal governo di Pyongyang: le materie prime utilizzate a Kaesong vengono spesso importate, i beni finali non vengono commercializzati all’interno del Paese e i salari percepiti dai cittadini nordcoreani non vengono versati direttamente ai lavoratori ma trattenuti dalle autorità. Secondo un recente studio rilasciato dal ministero per la Riunificazione sudcoreano, circa il 70% di questi introiti sarebbe stato dirottato, nel corso degli anni, verso il finanziamento del programma militare di Pyongyang.

L’INCOGNITA TRUMP

Ai problemi insiti nel progetto stesso di distensione fra Nord e Sud si aggiunge, poi, un’altra importante variabile: Donald Trump. Moon rischia infatti di entrare in collisione con il presidente americano su diversi fronti, e non bisogna dunque dare per scontato il supporto degli Stati Uniti al progetto politico del nuovo presidente.

Moon Jae-in ha ripetutamente criticato lo schieramento dello scudo missilistico Thaad, di cui non è intenzionato a sostenere i costi, e non intende rinegoziare il trattato di libero scambio tra Seoul e Washington. Sullo stesso fronte spinge anche la Cina, primo partner commerciale della Corea del Sud, con cui Moon vorrebbe ricucire i rapporti dopo le ritorsioni economiche di Pechino causate dal dispiegamento del Thaad.

Nonostante i diversi ostacoli che il nuovo leader si troverà di fronte sin dal primo giorno alla Casa Blu, con la sua elezione la Corea del Sud ha dimostrato ancora una volta di essere intenzionata a porgere una mano a Pyongyang per una normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. Purtroppo non conosciamo ancora i pensieri di Kim Jong-un a tal riguardo.

Lorenzo Mariani è assistente alla ricerca dell’area Asia dello IAI, dove si occupa di Relazioni internazionali dell’Asia orientale.

(Articolo tratto dal sito AffarInternazionale)

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