L'analisi dell'editorialista Guido Salerno Aletta

Il ballottaggio alle Presidenziali francesi, stando ai sondaggi, vedrebbe favorito Emmanuel Macron fondatore del movimento En Marche! rispetto a Marine Le Pen, Presidente in congedo del Front National ed a sua volta promotrice del movimento En nome du people. Si segna così una cesura indelebile nella storia della Quinta Repubblica: per la prima volta, infatti, nessuno dei due grandi partiti francesi, né i gaullisti ora inquadrati come Les Repubblicanes con il candidato Francois Fillon, né i socialisti guidati da Benoit Hamon, è riuscito a piazzare un suo esponente al secondo turno. Ed è stato sottovalutato, nella foga di voler ricostruire un parallelo con le elezioni del 2002, quando si confrontarono Jacques Chirac, candidato del Rassemblement pour la République, e Jean-Marie Le Pen, fondatore del Front National e padre di Marine, che anche allora il tema cruciale era rappresentato dalla questione europea. Il ballottaggio, svoltosi il 5 maggio 2002, vide prevale Chirac con l’82,2% dei voti, nonostante al primo turno si fosse qualificato con il 19,8%. Eppure, si trattava del Presidente in carica sin dal 1995, che si ricandidava: era colui che aveva deciso le sorti europee insieme al Cancelliere tedesco Helmut Kohl, dando il via libera alla Riunificazione tedesca in cambio della perdita del marco e della introduzione dell’euro, per cercare di sottrarre l’economia europea allo strapotere della Bundesbank. Su Chirac si riversarono i voti del Fronte Repubblicano, il movimento di opinione creato in funzione antifascista: era un consenso artificioso, come dimostrò pochi mesi dopo l’esito del referendum sulla ratifica del Trattato di Maastrich, tenutosi il 20 settembre: fu approvato per meno di un soffio, con il 51,05% dei voti. Molto peggio andò nel 2005, quando i cittadini francesi furono chiamati a votare sulla ratifica del Trattato istitutivo della Costituzione europea: i voti contrari prevalsero, con il 54,7%.

Tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen si gioca dunque, ancora una volta, la medesima partita referendaria sull’Europa. Non a caso, infatti, mentre il primo sostiene la necessità di una ancora più forte integrazione europea, nella prospettiva di una sovranità condivisa, la seconda propone una completa rifondazione delle istituzioni comunitarie per riprendere in mano la sovranità nazionale.

Lo scontro è profondo: sul modello economico e sociale interno e sulle prospettive internazionali, anche geopolitiche, così come è avvenuto l’anno scorso sia nel corso delle elezioni americane, che vedevano contrapposti Hillary Clinton e Donald Trump, sia nell’ambito del referendum sulla permanenza o meno della Gran Bretagna nella Unione Europea. Sono stati sconfitti, in entrambi questi casi, i sostenitori del modello di società, dei rapporti tra politica ed economia, e della globalizzazione che hanno contrassegnato la storia recente, a partire dalla caduta del Muro di Berlino e del collasso dell’URSS.

C’è di peggio, in Francia: a differenza dell’Italia, la sua economia non ha mai provato la rota dell’austerità. Tra il 2002 ed il 2004 riuscì a sforare impunemente, in compagnia della Germania il limite del 3% al deficit pubblico, con una procedura di infrazione aperta nel 2002 e chiusa nel 2008 dopo alterne vicende giurisdizionali. Quella nuova, riaperta nel 2009, è ancora in piedi: è un record assoluto, che dura da ben quindici anni filati. Se, dunque, l’Italia anela senza successo ad un minimo di flessibilità di bilancio rispetto alle regole del Fiscal Compact, ed ha accumulato negli anni attivi da record sia col saldo primario del bilancio pubblico, sia con l’attivo delle partite correnti, la Francia soffre per la bassa crescita, la disoccupazione e la desertificazione industriale, nonostante il forte sostegno del deficit ed il passivo della bilancia con l’estero. Il problema sta, quindi, nel modello di competizione economica, compreso quello interno della Unione Europea, che secondo la Le Pen sarebbe basato sul dumping salariale, fiscale, sociale ed ambientale. Mentre Macron sostiene che la Francia debba riconquistare spazio all’interno di questo sistema, Le Pen lo contesta radicalmente. La questione dell’euro si pone, quindi, solo come un “di cui” rispetto ad una profonda revisione dei Trattati europei ed alla collocazione della Francia nel contesto delle alleanze internazionali. Macron, al contrario, sostiene che la Francia soffre perché non si è mai adattata al nuovo contesto storico, che impone flessibilità del lavoro, maggiore competitività e minori diritti sociali.

C’è un ulteriore elemento di instabilità, in prospettiva: a giugno, sempre in Francia, si voterà per le legislative, e con un meccanismo elettorale a doppio turno che è funzionale a far convergere le posizioni al centro, dopo aver tagliato le ali. Se Emmanuel Macron dovesse essere eletto, visto che non ha un partito strutturato alle spalle e considerata la crisi dei gaullisti e dei socialisti, rischia di trovarsi senza maggioranza. La destra di Marine Le Pen e la sinistra di Jean-Luc Mélenchon, anche lui alla guida di un nuovo movimento politico, La France insoumise, si presenterebbero invece con il vento in poppa. La varietà dei collegi, caratterizzati da situazioni economiche e sociali completamente diverse, porterebbe ad una rappresentanza politica estremamente eterogenea e disarticolata. Molto difficilmente, quindi, una Presidenza Macron potrebbe contare su quella maggioranza coesa che gli servirebbe per far accettare alla Francia le profonda riforme strutturali che lui stesso, da Ministro dell’economia di Francois Hollande, non era riuscito neppure a proporre. Eppure, il governo di cui era membro poteva contare su una forte maggioranza parlamentare, con ben 311 deputati contro i 229 delle opposizioni.

La crisi economica e finanziaria globale, che stiamo attraversando da ormai un decennio, è stata gestita come se si trattasse di un evento congiunturale da correggere, e non della fine di un lungo ciclo storico, che potrà trascinarsi per qualche anno ancora. In Grecia, in Spagna, in Italia, al Parlamento europeo, le famiglie politiche nate dal Dopoguerra hanno perso consistenti quote di rappresentanza: il solidarismo politico, cattolico e socialista, sono spazzati via, mentre lo Stato sociale è considerato un reperto giurassico. Syriza ed Alba dorata in Grecia, Podemos e Ciudadanos in Spagna, i partiti indipendentisti come l’Ukip e l’SNP in Gran Bretagna e Scozia, la fine del bipolarismo in Italia, la sconfitta cocente dei candidati dei partiti francesi storici, sono tutte forme del medesimo processo di dissoluzione.

La Francia è divisa radicalmente, a metà, come già avvenne con i referendum sull’integrazione europea del 2002 e del 2005: tra chi è convinto, o spera, che si possa ancora recuperare spazio di benessere nel contesto di competizione globale, rafforzando l’UE, e chi ritiene che si debba voltare pagina. C’è solo da vedere, ancora una volta, dove si fermerà la pallina della Storia: les jeux sont faits.

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