L'analisi dell'editorialista Guido Salerno Aletta

È un G7.0 quello aperto ieri a Taormina. In un anno, il mondo è cambiato senza chiedere il permesso a nessuno. Così come nessuno, al Summit giapponese tenutosi a maggio dell’anno scorso ad Ise-Shima, avrebbe scommesso un soldo sul rivolgimento completo che si sarebbe verificato nei dodici mesi successivi: la sconfitta di Hillary Clinton alle presidenziali americane, le precipitose dimissioni di David Cameron per via della sconfitta del referendum sulla Brexit che lui stesso aveva indetto, la mancata ricandidatura di Francois Hollande alle elezioni francesi, la bocciatura del referendum costituzionale in Italia, con la sostituzione in corsa di Matteo Renzi alla guida del governo. È una crisi lunga, quella che ha portato alla delegittimazione dello storytelling della globalizzazione come processo ineludibile per l’Occidente e salvifico per tutti, catapultando improvvisamente Donald Trump, Theresa May, Emmanuel Macron e Paolo Gentiloni sul palcoscenico politico.

Stavolta, a Taormina, gli sherpa hanno incontrato grande difficoltà a redigere le bozze del Comunicato. Da anni, invece, il testo era sempre lo stesso; cambiava solo la aggettivazione, melensa come le allegorie meteorologiche: la bufera finanziaria si allontana, i venti contrari si mitigano, la ripresa è modesta ma stabile. In coda si aggiungevano, innumerevoli, i paragrafi volti a legittimare i programmi delle Agenzie e delle burocrazie, alla ricerca di lustro e soprattutto di finanziamenti pubblici.

Per capire che il vento è cambiato basta confrontare il comunicato conclusivo del G20 di Baden Baden, svoltosi il 18 marzo scorso con quello tenutosi a Hangzhou appena sei mesi prima, il 6 settembre del 2016: decine di paragrafi erano già stati integralmente cassati, insieme a gran parte delle tradizionali parole d’ordine. Dall’architrave della globalizzazione erano già saltate via le due pietre del vituperio: la condanna del protezionismo e l’impegno a rafforzare il multilateralismo. Si abbandona il confiteor nella globalizzazione, che risolve i problemi di tutti. Ciascuno difende i suoi interessi, economici e geopolitici, cercando di scaricare il costo sugli altri.

È tempo di riequilibrio, economico e commerciale. Donald Trump ha presentato il conto: come per la Nato, l’America non vuole più pagare per tutti. Non può sostenere con il suo deficit gli avanzi commerciali che ingrassano i profitti delle imprese di mezzo pianeta, indebitando gli americani. A suo agio nelle vesti del Boss, anche se trattandosi per lui di un debutto avrebbe dovuto figurare come Apprentice, Trump l’ha messa giù dura, subito, definendo “molto cattiva” la politica tedesca degli avanzi commerciali strutturali con gli Usa.

Non è solo questione di euro debole, come ha già sostenuto la Canceliera Angela Merkel, perché con la Germania ci si gira intorno da almeno trent’anni, senza venirne mai a capo. Già ai tempi di Reagan era lo stesso: ma nel 1985, quando si raggiunse l’Accordo del Plaza, era stata la presenza di centinaia di migliaia di soldati americani di stanza in Germania a convincere il ministro delle finanze Gerhard Stoltenberg ed il Cancelliere Helmut Kohl a rivalutare il marco. Se c’era l’impegno americano a far cadere il Muro, occorreva mettere da parte le risorse per la Riunificazione, e così anche allora i tedeschi si rifiutarono di fare da locomotiva.

È entrato in crisi un intero paradigma di crescita economica, che determina ricorrenti crisi finanziarie. Il problema, ora, non è quello storico, di riuscire a compensare uno squilibrio commerciale con un corrispondente afflusso di capitali. Come accade dal 1971, anche stavolta la crisi internazionale nasce negli Usa, il gigantesco mantice che alimenta con il suo deficit commerciale la produzione globale e che contemporaneamente irrora di indispensabile liquidità il mondo intero. La crisi non è dovuta alla insufficienza macroeconomica delle politiche fiscali federali o dalla incapacità della Fed di assicurare la stabilità monetaria o l’inflazione, ma dalla desertificazione produttiva e dalla innovazione tecnologica che distrugge sempre più velocemente l’occupazione nei settori del terziario tradizionale ed avanzato. E c’è ben poco da fare negli Usa come riforme strutturali: il mercato del lavoro è flessibile per definizione, mentre l’intervento pubblico nel welfare è ridotto all’essenziale. L’Obamacare, in fondo, non è altro che l’obbligo a sottoscrivere una assicurazione sanitaria privata.

La storia politica ed economica dell’ultimo mezzo secolo potrebbe essere riletta con occhi smaliziati. Una storia in cui l’America deve riequilibrare i propri conti con l’estero ed attirare capitali, a qualunque costo. La crisi petrolifera del 1973, dopo la guerra del Kippur, in fondo servì soprattutto a svuotare i caveau delle banche centrali europee, rigonfi di dollari, ed a ridurne strutturalmente gli attivi commerciali con l’estero. Nel 1980, l’aumento vertiginoso dei tassi di interesse americani deciso da Paul Volcker a capo della Fed, e poi la seconda crisi petrolifera, drenarono risorse in quantità verso gli Usa, i petrodollari, reimpiegati in Sudamerica. La stretta monetaria fu adottata anche in Europa: fece impennare il costo dei debiti pubblici e soprattutto fallire le tante aziende, non solo quelle americane, che si erano indebitate pianificando costi di finanziamento assai meno esosi. Il dollaro andò alle stelle, insieme all’import statunitense: servì l’Accordo del Plaza del 1985 per far rivalutare le monete degli alleati europei e del Giappone. Gli equilibri americani si degradarono ancora, e così dal 1995 partì l’euforia per le Dot.com: la New Economy era un altro modo per attrarre capitali, fino alla crisi del 2001. Di nuovo, al sistema servivano nuove risorse per ripartire: furono abbattuti i vincoli posti dallo storico Glass-Steagall Act del 1933, che impediva di usare il risparmio per impieghi diversi dal credito commerciale. Wall Street ripartì, così come i debiti delle famiglie americane arrivano alle stelle, mentre il loro risparmio si azzerava: quando la Fed tira su i tassi, il servizio del debito supera la capacità di farvi fronte. I mutui sub-prime portano alla crisi del 2008. Anche la Cina ha smesso di reinvestire nel debito americano il suo surplus commerciale in dollari: finanzierà la realizzazione della Via della Seta. Servono regole nuove.

Il dollaro non riesce ad essere strumento di riequilibrio: quando è debole per via di tassi contenuti e grande liquidità, le partite commerciali americane tendono al pareggio e l’economia interna cresce, ma i capitali disertano gli investimenti; quando si rafforza per via di elevati tassi di interesse, l’import tende a salire, ma gli investimenti nell’economia reale ed i debiti delle famiglie sono più cari. I capitali affluiscono irruenti, e tendono a formare bolle. E’ una altalena fatta di lunghi periodi di crescita a debito, e di crisi brevi ma profonde. Se dovesse verificarsene una a breve, non ci sarebbero le risorse né gli strumenti per rimediare: gli asset della Fed sono già stratosferici, pari a 4.434 miliardi di dollari di cui 2.464 miliardi in titoli del tesoro americano. Il debito federale è in crescita continua, e si prevede che cresca ancora: nel 2016 è stato pari al 107,3% del pil, quest’anno al 108,3%, fino a raggiungere il 117% del 2022. La posizione internazionale netta americana peggiora in continuazione dai -1.279 miliardi di dollari del 2007 è arrivata ai – 8.109 miliardi del 2016. In dieci anni, il debito americano verso l’estero è cresciuto di 6.830 miliardi di dollari: con questo disavanzo commerciale e con questo debito pubblico non si va avanti.

Una lunga fase storica, iniziata con la crisi del dollaro nel 1971, volge al termine. Se il dollaro non serve più a tenere in piedi l’America, l’euro da solo non basta a tenere insieme l’Europa. La soluzione non sta nell’aumento senza freni del debito pubblico, così come non basta la liquidità illimitata immessa dalle banche centrali. Il commercio internazionale deve essere libero, ma equilibrato. Non ci possono essere Paesi che accumulano in continuazione ed altri che si indebitano senza fine. La competizione non può basarsi solo sul salario, che è rimasta l’ultima merce che ancora non ha un unico prezzo mondiale. I mercati non possono crescere drenando continuamente risorse dall’economia reale, e soprattutto facendola deperire.

Per fortuna, paradossalmente, la Russia non è stata riammessa, mentre la Cina non è mai stata della partita. I conflitti in campo occidentale sono emersi così, in tutta la loro crudezza. Cambiare strada sarà difficile: il passato, al sole di Taormina, proietta ombre ancora assai lunghe.

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