Non una, ma dodici volte la donna aveva denunciato il marito in Sicilia. “Aiutatemi, mi ha minacciato con un coltello, non so più che cosa devo fare”, furono le sue ultime, ma inascoltate parole. Perché nonostante il grido di dolore più volte lanciato, Marianna Manduca, così si chiamava, fu uccisa, e proprio con sei coltellate al petto e all’addome, il 4 ottobre del 2007 a Palagonia (Catania).

Vent’anni di condanna sta da allora scontando in carcere l’uomo che lei aveva accusato, che aveva sposato e con cui aveva fatto tre figli.

Si deve al padre adottivo di questi tre bambini nel frattempo diventati ragazzi -un secondo padre che è cugino della povera vittima-, se adesso la Corte d’Appello di Messina ha a sua volta condannato a un risarcimento di 300 mila euro due magistrati che non avrebbero fatto quanto in loro potere di fronte al disperato allarme. Quasi si trattasse non della cronaca di una morte annunciata, ma di uno dei tanti e accesi litigi in famiglia. È un’omissione che viene per la prima volta riconosciuta e sanzionata in sede civile dopo un tortuoso e lungo iter giudiziario, se si pensa che sono passati ben dieci anni dal delitto. E che questa sentenza non è ancora definitiva. Ma anche se non saranno i due pubblici ministeri a pagare di tasca loro (toccherà farlo alla presidenza del Consiglio, che potrà poi rivalersi sui magistrati), è stata introdotta un’importante novità nell’ordinamento e, si spera, soprattutto nel costume istituzionale: d’ora in avanti sarà vietato per tutti sottovalutare il rischio di femminicidio.

Anche in questo caso, come in troppi altri presi alla leggera dagli inquirenti e spesso persino da familiari e amici della vittima, la donna uccisa stava mettendo in guardia in anticipo su un atto di incombente e irreparabile violenza. Per battere il femminicidio (una donna ammazzata da un uomo ogni tre giorni, in media, in Italia) c’è un’arma soltanto: prevenirlo. Si possono fare buone leggi, e non mancano sul tema. Si può puntare a far crescere una nuova coscienza nell’opinione pubblica e nei ragazzi fin dai banchi di scuola: e lo si sta facendo. Si può pretendere severa consapevolezza dagli investigatori chiamati ad affrontare il fenomeno, e anch’essa sta maturando.

Ma il punto non cambia: l’unico modo per evitare il peggio, è intervenire prima che accada. Prestare sempre ascolto e aiuto alla donna che denuncia anche e soltanto una volta sola. Figurarsi dodici.

(Articolo pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza e Bresciaoggi e tratto dal sito www.federicoguiglia.com)

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