La globalizzazione, dopo essere stata esaltata come motore di sviluppo per lungo tempo, è oggi considerata la più importante ragione del senso di ansietà e diffidenza nel futuro emerso durante la lunga crisi scoppiata nel 2008 e intensificata dall’aumento esplosivo del flusso di rifugiati e migranti in tutto il mondo. Il risultato di una supposta convergenza di efficienza economica e giustizia sociale è stato una rottura di fiducia che va alla radice della società civile.
La perdita di posti di lavoro, la stagnazione salariale, la crescente disparità di reddito e i deficit commerciali sono tutti considerati parte integrante della globalizzazione.
La polarizzazione delle competenze è una delle conseguenze della globalizzazione. L’emergere della Cina viene sentito come il principale shock competitivo da tutti i settori manifatturieri dei paesi ricchi. Ciò è particolarmente vero nel settore labour-intensive, in cui il tradizionale vantaggio competitivo dei paesi a basso salario è aggravato dalla liberalizzazione commerciale nella forma di rimozioni di quote dell’importazione.
La traiettorie di occupazione dei lavoratori che sono impiegati nell’industria manifatturiera mostrano una forte polarizzazione tra occupazioni ad elevata competenza e salario alto e occupazioni a bassa competenza e salario basso; i perdenti sono i lavoratori a media competenza e salario medio (Keller et al., 2016). L’aumento della concorrenza all’importazione può accrescere la disuguaglianza di reddito, ma rappresenta anche una parte sostanziale dei guadagni degli occupati ad alto salario.

L’ultimo Global Trade Alert Report sottolinea la crescente evidenza dell’accelerazione nel ricorso dei paesi del G20 al protezionismo dal 2012 in poi. L’aumento del protezionismo del G20 nel 2015 e 2016 coincide con i punti di arresto della crescita dei volumi di commercio globali (Evenett, 2016).
Quali sarebbero le conseguenze sul commercio internazionale della proposta del Presidente Trump di rinegoziare il Nafta e imporre tasse all’importazione da Messico e Cina?
Dall’altro lato, il Presidente Cinese Xi Jinping ha presentato la “nuova silk road” come una parte della storia manifestando che “la civiltà prospera con l’apertura e le nazioni prosperano con lo scambio”. Nessun dubbio che l’iniziativa “One belt, one road” si basi su principi positivi, facilitare il commercio e la connettività, migliorare le infrastrutture. Tuttavia, i benefici per i paesi lungo il suo percorso potrebbero essere differenti tra loro.
In Europa siamo appena entrati in un’epoca che può essere definita come “post-Brexit”, dove Brexit rischia di essere un punto di svolta, un cambiamento di epoca che può modificare il futuro, come è accaduto tante volte nella storia.
La perdita di fiducia e la crescente insicurezza che prevalgono nella nostra società danno spazio alla proposta del cosiddetto nazionalismo responsabile. La proposta è emersa in risposta ad un crescente disagio sulle conseguenze della globalizzazione, nonostante le antiche radici storiche e la natura irreversibile delle tendenze di integrazione globali.
La Conferenza si concentra su tre serie di problematiche:
1) La questione di una globalizzazione equa, volta a riscoprire la sua anima culturale e politica. Come può essere più inclusiva la globalizzazione? J. Paul Fitoussi ha sostenuto che i paesi possono sviluppare la solidarietà a livello globale per finanziare la fornitura di beni pubblici. D. Rodrik sostiene che non possiamo avere iper-globalizzazione, sovranità nazionale e politiche democratiche allo stesso tempo, ma solo due di queste tre.
2) Il secondo tema riguarda le politiche da adottare per reagire alle pressioni protezionistiche. Secondo l’Amministrazione Trump gli accordi di libero scambio sono responsabili dell’arresto dell’aumento dei redditi negli ultimi due decenni. Perciò Trump intende fornire loro un’adeguata “protezione”. R. Baldwin sostiene che “il protezionismo non aumenterà la competitività industriale americana, anche se salvasse qualche migliaio di posti di lavoro nei settori al tramonto. Inoltre, stralciare gli accordi commerciali e aumentare le imposte non servirà a nulla. Non si creeranno nuovi posti di lavoro ad alto rendimento in fabbrica perché la globalizzazione del ventunesimo secolo è guidata dalla conoscenza e non dal commercio. Pascal Lamy ha recentemente sostenuto che il nuovo commercio mondiale è un mondo dove la produzione è transnazionale con un’offerta di beni e servizi in cui gli ostacoli al commercio riguardano la protezione del consumatore dai rischi. Sicurezza, garanzia della salute e sostenibilità ambientale tendono a prevalere su imposte e misure non tariffarie. Questo contesto rinforza la proposta di D. Salvatore di spingere il G7 all’applicazione rigorosa delle norme e delle regolamentazioni in vigore e concordate con il WTO.
3) La terza questione è la politica di sviluppo sostenibile che coinvolge l’azione di G7 e G20 nel ricostruire le basi di una rinnovata fiducia. I governi devono affrontare la disuguaglianza e l’inclusione sociale, incoraggiare gli investimenti globali e ricostituire la fiducia dei cittadini. Ma, le politiche redistributive richiedono tassi d’imposta più alti e tendono ad avere un impatto negativo sulla crescita. Occorre, invece, rilanciare l’innovazione Il Premio Nobel Phelps ha dichiarato (2013) che “la minore innovazione, non il commercio, è la principale colpevole della stagnazione economica”. Anche se “ un’economia aperta a nuovi concetti e nuove iniziative è destinata a generale guadagni ineguali, sarebbe errato fraintendere la relazione tra disuguaglianza e innovazione. È la minor innovazione – non la maggiore – che ha ampliato le disuguaglianze negli Stati Uniti negli ultimi decenni”.
Le tecnologie per l’energia rinnovabile e l’efficienza energetica sono strumenti importanti per contrastare il cambiamento climatico, ma sono anche motori che spingono l’innovazione in economia, come affermato in “Better Growth, Better Climate” (UN, New Climate Report, 2015).
E demografia e migrazioni? La demografia gioca un ruolo importante nella politica di sviluppo sostenibile.
I flussi migratori stanno mettendo a dura prova le istituzioni europee che devono risolvere il dilemma sull’ospitalità dei profughi: investire nell’immigrazione o proteggersi da essa? Non c’è dubbio sulla risposta da dare in una prospettiva etica. Ma la risposta non cambia in una prospettiva demografica di sviluppo sostenibile. L’Africa è un must per la cooperazione internazionale.
L’EU è in fase di elaborazione del nuovo European External Investment Plan (EIP) per incoraggiare l’investimento del settore privato e la creazione di posti di lavoro nei Paesi africani e indirizzare i driver dell’immigrazione creando una prospettiva per le popolazioni dell’Africa. Tale iniziativa potrebbe diventare parte del G20-Africa Partnership e sostenere la sua attuazione.

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