Il fondo Atlante spegne la sua prima candelina e la Repubblica gli dedica due pagine dell’inserto economico “Affari & Finanza”. Due articoli, uno del giornalista Andrea Greco, l’altro dell’economista Marcello Esposito, che evidenziano potenzialità, criticità e sviste dello strumento gestito da Quaestio Sgr, la società di gestione del risparmio di cui è presidente l’economista – ed ex editorialista di Repubblica – Alessandro Penati.

LA STORIA DI ATLANTE RACCONTATA DA GRECO

“Primo compleanno a due facce per il fondo Atlante. La prima faccia – scrive Greco -, che conta i due terzi dell’investimento, è triste. Perché comunque vada l’intervento emergenziale nel capitale delle ex popolari Vicenza e Veneto banca sarà pesantemente svalutato, in linea con quanto già fatto dai grandi quotisti Cassa depositi e prestiti, banche e fondazioni ex bancarie”. Il giornalista ripercorre la nascita di Atlante 1 che “dice molto della sua vita breve e tormentata. Non è un parto naturale del sistema finanziario privato: casomai, un fondo di risoluzione che i grandi operatori bancari e i loro soci forti hanno creato in pochi giorni per scongiurare una tempesta finanziaria”. Con la “pezza privata” trovata a Palazzo Chigi dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, dal governatore Ignazio Visco e dai capi di Intesa, Unicredit, Ubi, Cdp e dal presidente dell’Acri, Intesa – seccata con Unicredit per “l’improvvido impegno preso di garantire Vicenza” – ottenne che Atlante garantisse anche il “difficile” aumento di Veneto banca per un miliardo e che “si occupasse anche di “far nascere un mercato efficiente e trasparente delle sofferenze creditizie’. Era, questo, uno dei pallini di Alessandro Penati, l’economista capo di Quaestio Sgr, chiamato a gestire Atlante e che forse ha inizialmente sottovalutato le insidie delle banche venete, ma ha certo portato passione, idee e contatti in un mondo piccolo e stantio”. I mesi passano e “quel che i banchieri di Penati trovarono nella pancia delle due banche era molto diverso, e peggiore. Tanto che il bilancio 2016 a Vicenza chiuse con 1,9 miliardi di rosso dopo accantonamenti di 1,1 miliardi su crediti”. La situazione peggiora da gennaio 2017 quando il governo vara il decreto salvabanche: 20 miliardi “per risanare chiunque lo volesse”. A quel punto, racconta ancora Greco, la Bce “ha avuto la tentazione di chiedere ancora patrimonio, come fatto anche per Mps a gennaio”. Si aggiunga il “cambio di clima politico con depotenziamento del verbo populista e anti-euro in molti paesi membri” che “ha ridato nerbo ai tecnocrati di Bruxelles” i quali “hanno iniziato a fare la parte del poliziotto cattivo su Vicenza e Veneto”. Insomma “le critiche al piano industriale di riassetto, il mancato abbuono di capitale sulle dismissioni previste e non realizzate, il conteggio nelle perdite ‘future e pregresse’ anche di crediti in bonis che potrebbero guastarsi nel 2020, sono segnali di vento cambiato che hanno tagliato le gambe ad Atlante 1. Oggi Penati & C si sentono come investitori ingannati in banca, e delusi da vigilanti e politici. Presto la svalutazione dei 3,5 miliardi nei due istituti giungerà pesante”. Ad agosto 2016 Quaestio sdoppia Atlante dandogli vita separata “per diversificare nelle cartolarizzazioni di crediti che consentissero alle banche in difficoltà di cedere sofferenze a prezzi meno vili. (…) Mettendo in fila le due operazioni fatte – e soprattutto le tre in cantiere – Atlante 2 avrà investito circa 2,1 miliardi per comprare poco più di 39 miliardi di crediti deteriorati lordi da 10 banche italiane, e con rendimenti attesi attorno al 10%, tali da invogliare anche qualche operatore meno interessato alle sorti del famoso ‘sistema’. In conclusione Atlante 1 non ha saputo reggere sulle sue spalle il peso del mondo bancario italiano e delle sue crisi. Ma ha certo evitato il bail in delle banche venete l’estate scorsa, che avrebbe avuto costi sociali e finanziari dieci volte quelli visti finora. E il fondo 2, usando la leva, ha sollevato almeno gli scambi,e le sorti, delle sue abnormi sofferenze”.

IL COMMENTO DI ESPOSITO

Ci va giù ancora più duro Marcello Esposito, economista dell’Università Cattaneo di Castellanza. “L’esito è sotto gli occhi di tutti” scrive nel suo commento dal titolo “Il bazooka e l’illusione dell’effetto leva” che prende le mosse dal termine coniato dal ministro del Tesoro statunitense, Hank Paulson, nel 2008 per comunicare ai mercati la dimensione delle risorse messe a disposizione per fermare la crisi di fiducia che stava facendo collassare il sistema finanziario internazionale. “Basta rileggere le memorie di Hank Paulson – scrive Esposito – per capire che Atlante non solo non sarebbe riuscito nel suo scopo di liberare le banche italiane dal fardello dei crediti deteriorati, ma ne sarebbe stato travolto”. Del resto, nota ancora, “la pericolosità di una crisi sistemica è che si auto-alimenta, trascinando indistintamente i buoni e i cattivi. Per fermarla non è sufficiente intervenire a tappare la singola falla. Si sprecano solo denaro e tempo. E’ necessario mettere in campo risorse sufficienti per coprire e mettere in sicurezza l’intero sistema. Così facendo si blocca il panico e si minimizza l’esborso di denaro pubblico”. Il docente di International Financial Markets ricorda a tal proposito ciò che accadde nell’estate del 2012 quando il presidente della Bce, Mario Draghi, promise che avrebbe fatto “whatever it takes” per salvare l’euro. Parole, rileva, che “bastarono per bloccare la spirale speculativa”. “L’Italia ha inizialmente tentato di risolvere il problema dei non-performing loan promuovendo una soluzione di ‘sistema’ – prosegue Esposito -, il fondo Atlante per l’appunto, le cui dimensioni erano palesemente al limite della significatività rispetto alla massa di crediti inesigibili o dubbi. Il miracolo si sarebbe dovuto ottenere con la ‘leva finanziaria’. (…) Ma il sogno della Finanza, come quello di Archimede, è destinato a rimanere tale: se le leve sono troppo lunghe, si spezzano alla minima pressione”. Secondo l’economista “un altro punto di criticità strutturale di Atlante sta proprio nell’essere una soluzione di ‘sistema’. Questa caratteristica è stata sempre esaltata, anche dalla stessa Commissione Europea” ma “quando le crisi sono ‘sistemiche’, difficilmente una soluzione può arrivare dall’interno del sistema stesso”. Dunque in qualche modo si è fatta marcia indietro. “Alla fine mettendo a disposizione 20 miliardi di denaro pubblico per la ricapitalizzazione degli istituti creditizi più deboli, l’Italia si è piegata al principio di realtà. E, con l’Italia, l’Europa. Che ha di fatto accettato un’interpretazione flessibile delle regole che dovrebbero governare le crisi bancarie nell’era della Banking Union”. Ciliegina sulla torta: “Infine, com’era plausibile aspettarsi, il tentativo di tagliare il nesso tra rischio sovrano e rischio bancario è miseramente fallito alla prima prova seria, quella del salvataggio del Monte dei Paschi di Siena”.

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