“Un’occasione persa di portare 7,3 miliardi di euro in Italia e di portare il made in Italy nel mondo sotto bandiera italiana”. A parlare con Formiche.net è Mattia Malgara (nella foto), imprenditore veneto, un passato nelle file di Forza Italia con cui si è candidato alle Europee del 2014, ma soprattutto oggi uno degli sponsor dell’operazione Yida International Investment Group che ha messo sul piatto un’offerta senza precedenti per comprare il 100% di Esselunga. Un fondo cinese da 25 miliardi di dollari che Formiche.net ha raccontato e che appare fortemente speculativo con il rischio che del made in Italy e dello storico brand fondato dal compianto Bernardo Caprotti resti ben poco.

COSA DICE MALGARA

“Non è vero che i piani di Yida siano altri, semmai l’obiettivo è quello di rafforzare il gruppo in Italia e all’estero”, spiega Malgara, che non considera ancora superata l’operazione nonostante i vertici della famiglia Caprotti abbiano detto chiaramente che “Esselunga non è in vendita“. “Se l’operazione andrà a buon fine – dice il management di Yida – investiremo in modo cospicuo nel brand e nel business della società, nelle persone, nei prodotti con l’obiettivo di espandere il vero made in Italy agroalimentare esportandolo in Cina contro i rivali di Carrefour e Walmart”. Insomma la strategia del gruppo Yida “è quella di valorizzare Esselunga, di aprire nuovi magazzini in Cina usando proprio il modello commerciale sviluppato in Italia” puntando anche sull’e-commerce che potrebbe essere utilizzato immediatamente da “Pechino a Shanghai fino a Chengdu, il capoluogo della provincia del Sichuan“.

COSA DICE MALGARA

Malgara replica anche alle accuse di un’azione predatoria da parte dei cinesi verso l’unica catena commerciale agroalimentare di un certo livello come Esselunga: “Sarebbe rimasta italiana! Ma con Yida avremmo portato l’Italia nel mondo e con lei tutti i suoi produttori, generando occupazione” è quanto ripetere a chi ha osteggiato l’operazione. Secondo Malgara, “da Gucci a Parmalat, da Loro Piana a Galbani, da Luxottica a Costa Crociere” i grandi marchi vivono grazie agli investimenti stranieri: “È il mercato, bellezza”, chiosa l’imprenditore. In Cina poi il modello Esselunga – secondo gli sponsor dei cinese – avrebbe avuto gioco facile, visto proprio il mercato agroalimentare cinese dove sono carenti gli store di qualità e “con il governo cinese che avrebbe anche facilitato la società visto che è un brand molto conosciuto e i prodotti italiani sono molto apprezzati proprio per la loro qualità”.

LE DIVISIONI NELLA FAMIGLIA CAPROTTI

Il dossier vendita resta comunque congelato, almeno nei piani alti di Esselunga: la catena della grande distribuzione da 7,3 miliardi di ricavi, 153 store e 22mila dipendenti, è in mano agli eredi, in particolare alla seconda moglie di Caprotti, Giuliana Albera, e alla terza figlia Marina Sylvia. A loro è andato in totale il 70% del controllo del gruppo della Gdo e il 55% della Villata Partecipazioni, la cassaforte immobiliare che ha in portafoglio 83 supermercati sparsi in giro per l’Italia. In particolare dispone di asset per un controvalore di 987 milioni a fronte di un patrimonio netto di 920 milioni. Stime di settore assegnano un potenziale valore del braccio immobiliare di almeno 1,7 miliardi. Tradotto quindi, tutto l’impero che ruota attorno a Esselunga può ampiamente valere tra 7 e 7,5 miliardi di euro. Quello che aveva messo sul piatto il fondo cinese. E al quale, almeno per adesso, è stato risposto con un energico “no, grazie”.

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