L'analisi del magistrato Giusto Sciacchitano

Secondo di una serie di articoli a firma dell’ex componente del Pool Antimafia Giusto Sciacchitano. Il primo è consultabile qui.

Giovanni Falcone applicò subito il suo metodo il cui primo pilastro era appunto il principio da lui sempre creduto della unicità della mafia. Egli fu certamente il primo a intuire che la mafia era un organismo unitario e che le sue varie e articolate attività criminali, anche se compiute in luoghi diversi e lontani da Palermo, non appartenevano a gruppi autonomi ma erano sempre riconducibili ad un’unica entità. Conseguenza pratica di questo principio era però che tutte le indagini che dimostravano l’esistenza di “Cosa nostra” dovevano essere accentrate a Palermo che di quella entità era la sua sede naturale.

A quel tempo questo principio non era affatto scontato e anche molti di noi, e lo stesso Paolo Borsellino, non sempre erano d’accordo o ritenevano che, quantomeno, non vi fossero prove sufficienti di questa unicità e che pertanto non era possibile sviluppare a Palermo tutte le grandi inchieste di mafia. Falcone contrastò vivamente il principio della c.d. germinazione spontanea, come se un gruppo di mafia potesse sorgere spontaneamente a Roma o Milano indipendentemente dalla terra madre che era certamente Palermo.

Su questo come su altri punti, prima e dopo l’apparizione di Buscetta come pentito, vi furono discussioni e anche contrasti tra i colleghi che nel tempo furono chiamati a seguire altri processi e a far parte di quel “pool” che costituì l’inizio di un lavoro collegiale nelle indagini di mafia; ma credo di potere affermare che da queste discussioni nacque non solo un forte legame ma soprattutto si sviluppò un modo nuovo di indagare e furono “inventate” metodologie e prassi spesso nell’assenza di norme per affrontare aspetti della realtà mafiosa prima sconosciuti.

Già il primo di essi fornì elementi importanti per dimostrare l’unicità della mafia. Scoprimmo così che quattro famiglie (erano famiglie di sangue ma scoprimmo che erano anche famiglie di mafia) avevano legato i loro rapporti con matrimoni incrociati e con il legame del comparatico (che in Sicilia equivale ad un rapporto di parentela), così da creare un gruppo di potere solidissimo su base strettamente familiare; in più questo gruppo si era diviso, uno operava a Palermo e uno a New York: i rispettivi vertici erano Salvatore Inzerillo e John Gambino, tra loro cugini di primo grado. Erano loro due a monopolizzare a quel tempo il traffico di eroina tra le due città ma ignoravamo del tutto da dove l’eroina stessa giungesse a Palermo.

Questa conoscenza la ottenemmo dagli altri due procedimenti sopra indicati che da un lato ci fecero chiudere il ciclo completo del traffico di eroina e dall’altro rafforzarono il convincimento che esso era da addebitare allo stesso gruppo criminale. In realtà i tre processi procedevano in parallelo e mentre Falcone aveva iniziato a sviluppare le indagini del processo Spatola, cominciai a seguire direttamente le prime fasi del secondo processo appena iniziato in Procura: quello che riguardava i tre chimici francesi inviati a Palermo dall’allora fiorente “clan dei marsigliesi”, e che tendeva a individuare i contatti dei tre stranieri, non conoscendo noi ancora lo scopo del loro arrivo. Essi furono seguiti pedissequamente e quando si ebbe un quadro complessivo delle informazioni, si decise di intervenire nella villetta di Trabia dove essi si trovavano; grande fu lo stupore, mio e di tutti, quando all’interno fu scoperto un laboratorio di eroina e, con loro, fu trovato e arrestato anche Gerlando Alberti.

A quel tempo non sapevamo neppure in che cosa esattamente dovesse consistere un laboratorio di eroina.
Trovammo una piccola villetta di poche stanze e all’interno morfina base, acidi, alambicchi e altro materiale necessario per la lavorazione. Per ottenere l’eroina serve molta acqua e molta energia elettrica: scoprimmo che l’acqua era prelevata da un pozzo vicino e l’elettricità veniva rubata dalla rete pubblica. Fu una scoperta sensazionale. La mafia non importava l’eroina ma la produceva direttamente ed era tanto sicura del controllo del territorio da impiantare i laboratori addirittura nei centri abitati!

Successivamente altri due ne vennero scoperti in piena città di Palermo, in zone controllate da Bontate e da Vernengo (vicinissimi a Inzerillo,Spatola e Gambino); tra coloro che acquisirono la maggiore conoscenza nella produzione di eroina vi fu certamente Francesco Marino Mannoia, che sarà il secondo grande pentito di mafia.

Nel terzo processo, con l’arresto di Gillet all’aeroporto di Roma con 8 kg di eroina proveniente da New York, entrarono in scena tre persone (due belgi e uno svizzero) che – non essendo mafiosi ma solo assoldati dalla mafia per compiere atti per i quali essa non aveva know how – una volta scoperti non ebbero difficoltà a rivelare di essere stati incaricati di reperire in Medio Oriente e segnatamente in Turchia e in Libano (valle della Bekaa) la morfina base e portarla a Palermo; in alcuni casi avevano trasportato l’eroina qui prodotta in America, in altri avevano riportato a Palermo ingenti quantità di dollari frutto della vendita della droga.

I tre (Gillet, Barbè, Charlier) si possono considerare i primi pentiti ante litteram e ricordo ancora la nostra quasi incredulità davanti a rivelazioni a quel tempo inaspettate e che certamente aprivano scenari sensazionali.
Il ciclo del traffico della droga era quindi venuto alla luce e i tre processi, pur restando separati per tutte le fasi del giudizio, ci diedero quelle informazioni che successivamente saranno chiarite da Buscetta sia in ordine alla gestione del traffico di stupefacenti che alla composizione unitaria della mafia.

Per meglio comprendere come si è giunti allora a quei risultati, occorre qui ricordare gli altri pilastri investigativi introdotti da Giovanni Falcone: la collaborazione giudiziaria, nazionale e internazionale; le indagini bancarie; la assoluta correttezza nella verbalizzazione e l’attenzione anche umana nei riguardi delle persone.

(2.continua)

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