Con due piedi 35 cm., due mani che sono due vassoi per servizi da 12, Primo Carnera nasce poverissimo, da piccolo fa la fame, ma è grande e grosso. È alto più di 2 metri. È forte, anzi no, fortissimo.
Nel circo prima, nella boxe poi, infine nel wrestling di allora, la parabola di Primo Carnera è quella del riscatto. Diventa ricco e famoso. Cade e si rialza. Accumula ricchezze ma le perde gabbato da finanzieri senza scrupoli durante gli anni della grande depressione. Le riaccumula di nuovo grazie ai suoi pugni – dati e presi – che assicurano ai propri figli un’istruzione e, quindi, un avvenire. È legato alla famiglia, il suo angolo.
Primo Carnera, sul ring di Nuovaiocche, sconfigge Sharkey nel 1932 e dà lustro all’Italia che, senza risorse, può contare su schiene e braccia. Sulla forza di tanti uomini come lui. Diventa un mito.
La boxe porta sul ring il combattimento di ogni spettatore, è la traduzione sportiva della lotta per la sopravvivenza. Un uomo colpisce un altro uomo. Uno va al tappeto, l’altro rimane in piedi. Ma fuori dal ring Carnera fu uomo di grande umanità e solidarietà. Fece del bene aiutando chi si era andato al tappeto nella vita.

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