L'articolo di Andrea Mainardi

Uomo chiave del processo di riforma delle finanze vaticane, al Corriere della Sera aveva dettagliato un’agenda fitta di impegni. Determinato “ad andare in fondo con grande entusiasmo”. Era il 18 marzo. Lunedì 19 giugno, Libero Milione, revisore generale dei conti del Vaticano, si è dimesso. La Sala Stampa della Santa Sede lo ha reso noto in un comunicato di quattro righe nel pomeriggio del giorno seguente, precisando che il Santo Padre ha già accolto le dimissioni e che il rapporto di collaborazione si conclude “di comune accordo”.

APPENA DUE ANNI E UN’AGENDA FITTA

Francesco aveva nominato Milone nel maggio 2015, prima figura del genere oltre le mura. Dopo appena due anni il manager rinuncia. L’incarico era di cinque. Suo compito era scandagliare i conti di 120 enti della Curia e delle istituzioni collegate alla Santa Sede. Tre mesi fa al Corsera svelava un’agenda densissima: analisi preliminari sui principali dati patrimoniali, finanziari ed economici del 2015 e del 2016 da portare a termine. Quindi la revisione dello stato patrimoniale al 31 dicembre 2017 per poter poi predisporre la revisione dell’intero bilancio al 31 dicembre 2018. Lavoro intenso. Tanto che appena in aprile aveva rifiutato la proposta di entrare nel cda di RaiWay, la controllata delle torri di trasmissione di viale Mazzini, preferendo conservare un impegno a tempo pieno in Vaticano. Meno di due mesi e il primo revisore dei conti nella storia della Santa Sede lascia.

ALLE DIRETTE DIPENDENZE DEL PAPA

Manager italiano nato in Olanda, 67 anni, Milone vanta una intensa carriera internazionale. Ha lavorato tra l’altro in Deloitte & Touche, Wind, Poltrona Frau, Falck e Fiat e all’Onu. In Vaticano – lo racconta lui stesso – ci è arrivato selezionato da una società di cacciatori di testa. Era a capo di una squadra di dodici professionisti. Un ufficio che risponde direttamente solo al Papa a cui deve rendere conto di come vengono spesi i denari di Pietro.

INTRUSIONI, PC VIOLATI E VATILEAKS 2

Pochi mesi dopo la presa di possesso dell’incarico, Milone denuncia alla Gendarmeria vaticana l’intrusione nel suo ufficio e una violazione del suo personal computer. È da lì che scoppia lo scandalo Vatileaks 2. Al processo che ne è seguito sono stati condannati la pr Francesca Immacolata Chaouqui e monsignor Lucio Vallejo Balda, numero due della Prefettura degli affari economici che al tempo – a detta di Chaouqui – avrebbe aspirato al ruolo di recente creazione di revisore generale affidato invece al manager laico.

GUERRA TRA DICASTERI

L’ufficio del Revisore risponde solo direttamente al Papa ma collabora a stretto contatto con la Segreteria per l’economia guidata dal cardinale George Pell. Un super ministero guardato in tralice in certi ambienti vaticani che, dalla sua recente creazione, ha già avuto momenti di frizione con altri uffici. Con strascico di evidenza pubblica piuttosto inedita data la particolare riservatezza della Santa Sede. L’ultimo in ordine di tempo è un bisticcio tra la Segreteria e il forziere del Vaticano, l’Apsa. Termine del contendere, l’autorizzazione per i controlli sulla revisione dei bilanci. L’organismo responsabile della gestione immobiliare del Vaticano aveva chiesto a tutti i dicasteri di fornire informazioni finanziarie al revisore esterno PwC. Il cardinale Pell e il revisore generale Milone sono dovuti intervenire per bloccare l’invasione di campo dell’Apsa, precisando non vi era in atto nessuna attività di revisione contabile nella Santa Sede da parte di PwC, come chiarito lo scorso anno. Già: perché fin dal 2016 il ruolo del revisore generale era considerato così importante e slegato da altri dicasteri da annullare contratti con società esterne, ritenendo che il compito sarebbe stato meglio gestito in house. A PwC rimaneva un ruolo di “assistenza dei dicasteri che vorranno avvalersi del suo supporto o consulenza”.

IL GANCIO DI PELL

Nella pubblica reprimenda all’Apsa guidata dal cardinale Domenico Calcagno, Pell e Milone ricordavano che questa “non ha nessuna prerogativa sui controlli degli enti della Santa Sede” e che la stessa è sottoposta “al controllo e vigilanza del Consiglio per l’economia e della Segreteria per l’economia e soggetta alla revisione dell’Ufficio del revisore generale”. L’australiano Pell non mancava di ricordare al collega Calcagno che Apsa doveva ancora consegnare un memorandum sulle proprietà immobiliari del Vaticano, nonostante anche l’invito del Papa a farlo. Un pubblico rimprovero a cui oggi segue il repentino passo indietro del revisore generale Milone.

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