L'approfondimento di Daniele Meloni

L’ultimo sondaggio di YouGov non lascia dubbi: i laburisti continuano a colmare il gap con i Tories, e Jeremy Corbyn si sarebbe portato a 3 punti da Theresa May a una settimana dal voto dell’8 giugno. Il tutto sembrava impensabile quando la premier aveva annunciato la sua intenzione di sciogliere la Camera dei Comuni per ottenere il mandato popolare sulla Brexit lo scorso 4 maggio.

L’ultima esibizione dei due, a distanza, da Jeremy Paxman, non ha fatto che confermare il recente trend che vede Corbyn molto più a suo agio di fronte alle telecamere rispetto a May; e anche se le risposte del leader della sinistra laburista sono state evasive su alcuni temi salienti – il “conto” da versare a Bruxelles per la brexit, l’uso delle armi nucleari in caso di attacco – la percezione di Corbyn come di un ordinary guy, disposto a scherzare e a battibeccare con Paxman, ha colpito i telespettatori maggiormente del refrain della premier, fin troppo meccanica nel ripetere che solo lei potrà ottenere l’accordo migliore con Bruxelles sulla Brexit, e che il suo sarà un governo “stabile” e “forte”.

Il dibattito televisivo di mercoledì sera, in cui Corbyn si è presentato e May no (per i Conservatori c’era il ministro dell’Interno Amber Rudd), ha ulteriormente confermato la sensazione di una premier che fugge dal confronto e dal dibattito, e la sua scarsa dimestichezza con la democrazia dello spettacolo integrato di débordiana memoria.
Le polemiche sulle politiche sociali interne al partito, il clamoroso svarione del ministro della Difesa Fallon che ha smontato alcuni frasi sul terrorismo del ministro degli Esteri Johnson credendo fossero state pronunciate da Corbyn, hanno contribuito ulteriormente alla risalita dei laburisti, che ora sognano magari non la vittoria, ma almeno l’ “hung Parliament”, il pareggio, il Parlamento bloccato senza alcun partito con la maggioranza assoluta.

La pagina Twitter di @britainelects, il sito-aggregatore che registra tutti i sondaggi sui leader e sui partiti in vista del voto ha iniziato a pubblicare sondaggi relativi a possibili dimissioni di May in caso di non-vittoria conservatrice l’8 giugno: per il 42% degli elettori May dovrebbe restare premier, per il 37% dovrebbe andarsene. E anche se resta alto il numero dei britannici che crede che i Conservatori vinceranno (62%), la possibilità di un Parlamento bloccato sale al 7%, al pari di quella di una maggioranza laburista.

May è ancora la leader più credibile – il 42% degli inglesi si fida di lei – ma Corbyn è passato in due settimane dal 18 al 30%, e nel campo delle politiche per la famiglia e nelle politiche sociali, i laburisti, secondo YouGov, comandano sui Conservatori con il 35% contro il 29%. Sul terreno – peraltro tradizionalmente favorevole ai laburisti – della gestione dell’NHS, il mitico servizio sanitario britannico, il Labour viene giudicato più affidabile dei Conservatori da 34 britannici su 100, contro il 24 che ritiene i Tories. Corbyn continua a essere in difficoltà sull’economia – per gli elettori i Tories sono più competenti nella sua gestione che il Labour – e sul voto della minoranza ebraica (l’77% degli ebrei inglesi voterà May), e anche nelle politiche sulla sicurezza: Amber Rudd ha il gradimento del 42% dei britannici contro il 12% del ministro dell’Interno ombra laburista, Diane Abbott, mentre la premier stacca il leader dell’opposizione con il 42% degli elettori, che la ritengono più adatta ad affrontare la minaccia terroristica rispetto al 18% che crede Corbyn possa fare meglio.

Insomma, sembrava una partita chiusa per May ma per avere la maggioranza assoluta dei seggi (326), i Tories dovranno lottare fino all’ultimo voto.

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