L'articolo di Francesco Gnagni

Assieme agli scontri, in Venezuela, giorno dopo giorno aumentano anche i morti, e c’è chi grida che il tempo è scaduto. Papa Francesco è in prima fila nel tentativo di trovare una soluzione, come è accaduto ad esempio a Cuba, e nella giornata di oggi giovedì 8 giugno riceve in Vaticano il consiglio di presidenza della conferenza episcopale del Venezuela, composta dal presidente mons. Diego Padrón, i vicepresidenti, il segretario generale e i presidenti onorari. Lo ha comunicato in una nota a inizio settimana la Sala Stampa della Santa Sede, specificando che “l’incontro è stato richiesto dalla Conferenza Episcopale che desidera parlare con il Papa della situazione del Venezuela”.

DI COSA SI PARLERÀ E QUALI SARANNO LE PROPOSTE SUL TAVOLO

Nello specifico si discuterà di “cessazione della violenza, fine della repressione del popolo nelle manifestazioni, rispetto dei diritti umani, riconciliazione e pace”, stando a quanto comunicato dall’arcivescovo di Caracas Urosa Savino, che ieri ha rilasciato un’intervista alla Radio Vaticana dove ha detto: “La proposta è di arrivare a una negoziazione che porti a elezioni, a ricevere aiuti umanitari, alla liberazione dei prigionieri politici”. Aggiungendo: “È questo quello che chiede l’opposizione e questo è anche quello che chiede la Chiesa”. Mettendo in qualche modo in posizione di difficoltà lo stesso Papa, intenzionato a schierarsi solo a favore del dialogo incondizionato e della pace. Padre Arturo Sosa Abascal ha commentato: “Non si riesce a trovare un punto comune” e “la sofferenza del popolo cresce”, perciò “bisogna seguire la via della pace e della democrazia”, anche se però “i costi umani sono troppo alti”. Nel comunicato diffuso nei giorni scorsi dalla Conferenza episcopale venezuelana si parla “non di riforma della Costituzione” ma della sua “applicazione”, dei bisogni materiali della popolazione, di elezioni democratiche, e di “rispetto della sovranità popolare”.

TUTTE LE MOSSE DI FRANCESCO PER UN’AZIONE PACIFICATRICE

Da tempo infatti il Papa tenta di mettere in atto una strategia coordinata tra Vaticano e vescovi dell’America Latina, nell’intento di parlare con una voce unisona. Già nel 2014 Francesco, rivolgendosi ai leader venezuelani, intimava loro di desistere con la violenza e di agire rispettando verità e giustizia, e il 24 ottobre 2016 Bergoglio ha ricevuto in privato il presidente Maduro. Il 16 aprile 2017 il Papa, nel messaggio Urbi et Orbi di Pasqua, ha invitato i Paesi latino-americani a chiedere risposte pacifiche per la creazione di istituzioni democratiche: messaggio subito ripreso dalle conferenze episcopali di Panama, Colombia, Ecuador, Uruguay e Cile, che in seguito hanno dato vita a un gruppo di monitoraggio per l’America Latina, dove assieme al Venezuela l’osservato speciale sarà anche il Brasile, altro Paese dove i vescovi si ritrovano in prima fila per far fronte ai disordini civili. Il 5 maggio Francesco ha infine inviato una lettera direttamente ai vescovi venezuelani, scrivendo: “Sono convinto che i gravi problemi del Venezuela possono essere risolti se c’è volontà per costruire ponti, se si desidera dialogare seriamente e rispettare gli accordi raggiunti”.

LA SOLUZIONE PER IL VATICANO E LE AFFERMAZIONI DI PAROLIN

Per il Vaticano infatti, come per i vescovi venezuelani, l’unica soluzione sono le urne. Anche il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin in seguito alla visita a Fatima ha parlato di elezioni libere ed eque, dopo averlo già affermato in una lettera – rivelata dalla stampa locale – del 2 dicembre 2016, e una settimana fa lo stesso Parolin ha ricevuto in Vaticano due esponenti dell’opposizione: il deputato Stalin Gonzalez, capogruppo di Unidad Democratica, che in seguito al colloquio ha evidenziato la consapevolezza della Santa Sede del fatto che chi protesta “chiede lavoro e rispetto della Costituzione”, e il presidente dell’Assemblea nazionale, Julio Borges, che da Bruxelles ha parlato della volontà di Bergoglio di non essere “politicamente manipolato”, nonostante però il desiderio ribadito a favore di “una soluzione democratica”.

I VESCOVI VENEZUELANI IN LINEA CON L’OPPOSIZIONE

L’opposizione resta però molto divisa, anche al proprio interno, comprendendo parti più concilianti e altre che rifiutano ogni dialogo, come scrissero in una lettera inviata allo stesso Bergoglio i partiti seduti al “Tavolo per l’unità democratica”. D’altronde anche i vescovi venezuelani hanno fin da subito rifiutato la proposta del governo di una assemblea per la riforma della Costituzione definendola “non necessaria” e “pericolosa”, in quanto “secondo questa nuova idea della Costituente i rappresentanti del popolo saranno eletti da un organismo e cioè il voto sarà attraverso un’elezione di secondo grado”. Addossando la responsabilità a Maduro fin dall’inizio, e sostenendo che la Costituzione proposta riporterebbe il Paese al comunismo.

LE COMPLICAZIONI DELL’OPERATO DI FRANCESCO

La cosa però complica l’azione del Papa e la sua volontà pacificatrice, che nello sposare una posizione in antagonismo ad un’altra “non farebbe altro che intensificare il conflitto”. Non a caso i vescovi venezuelani hanno dovuto sottolineare in diverse occasioni: “non siamo l’opposizione, ma siamo con le persone”. In questo modo lo stesso Maduro ha avuto la possibilità di accusare la CEV di disobbedire al Papa, a suo dire colpevoli, rifiutandosi di partecipare all’Assemblea Nazionale Costituente, di mettersi di traverso “all’unico modo” di imboccare il processo di pacificazione del Paese. Alle insinuazioni di divergenza i vescovi hanno risposto: “la nostra comunione con il Papa è fuori dubbio”.

I DATI DELLA CRISI UMANITARIA IN VENEZUELA

Tuttavia i dati sulla crisi umanitaria parlano chiaro: secondo l’Osservatorio venezuelano per la salute ad oggi l’82% dei venezuelani vive in povertà. Nel 2016 sono morti 11.466 neonati, un aumento della mortalità infantile del 30,12% in un anno, e la mortalità materna è cresciuta del 65,79%. L’Onu a metà del mese scorso parlava di una situazione all’ombra della guerra civile, e solo negli ultimi mesi si sono contati 65 morti, migliaia di feriti e più di tremila arresti. L’Osservatore Romano il 9 maggio si chiedeva: “quale domani per il Venezuela?”

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