L'analisi di Veronica De Romanis, professoressa di Politica economica presso la Stanford University e la Luiss, pubblicata sul numero di luglio dalla rivista Formiche

Il voto in Germania del prossimo 24 settembre rappresenta l’appuntamento elettorale più importante del 2017. Secondo i maggiori istituiti demoscopici, i due principali partiti, la Cdu e l’Spd, conquisteranno complessivamente i due terzi dei voti, rendendo assai probabile una riedizione della grosse koalition. A guidarla, ancora una volta, dovrebbe essere Angela Merkel, in vantaggio di oltre 15 punti sull’avversario Martin Schulz. Eppure, solo pochi mesi fa, quando Schulz fu eletto segretario dell’Spd, erano in molti a scommettere su una sua probabile vittoria. Gli elementi non mancavano: un leader nuovo sulla scena politica nazionale (Schulz non ha mai fatto parte del Bundestag), abile comunicatore (a differenza della Cancelliera) e capace di ridare slancio al partito.

L’effetto Schulz, però, non è durato a lungo. Alle recenti consultazioni amministrative, i socialdemocratici hanno inanellato una serie di sconfitte. In particolare, in Nordreno-Vestfalia, un land che produce un quinto della ricchezza del Paese e storicamente in mano ai socialdemocratici (peraltro regione di Schulz), il partito della Cancelliera ha fatto il pieno di voti, ben al di là delle attese (33% contro il 31% dell’Spd, in calo di 8 punti rispetto alle amministrative del 2012).

I motivi sono ascrivibili a diversi fattori. Alcuni sono di carattere locale (come, ad esempio, la risposta tardiva e inefficace alle violenze avvenute nel Capodanno del 2016 a Colonia), altri sono legati alla natura stessa della grande coalizione: come già accaduto in passato, è più facile per Merkel, che è stata alla guida del governo, intestarsi i risultati positivi e, all’opposto, condividere con gli alleati la responsabilità dei fallimenti. Tuttavia, il rapido calo nei sondaggi dell’ex presidente del Parlamento europeo è da ricondurre anche agli errori commessi e alla recente linea assunta dalla Cancelliera in politica estera. Andiamo per ordine.

Schulz ha scelto di concentrare la sua campagna elettorale su due temi. In primo luogo, la lotta alle diseguaglianze, che au- mentano – a suo avviso – perché ci sono sempre più lavori precari. La soluzione sarebbe quella di correggere l’Agenda 2010, il pacchetto di riforme che cambiò radicalmente le regole del mercato del lavoro introdotto proprio dal suo partito nella prima parte degli anni Duemila, quando la Germania era guidata da Gerhard Schröder. In un Paese che cresce, con una disoccupazione ai minimi storici – inferiore al 5% –, una simile proposta sta raccogliendo scarso consenso.

In secondo luogo, Schulz punta sul binomio sicurezza-immigrazione, ma smarcarsi dalla Cancelliera su questi temi non è facile perché sono entrambi al centro del suo programma elettorale. Merkel ha infatti promesso non solo un giro di vite nelle politiche per l’accoglienza – a cominciare da regole ferree per chi è già in Germania e l’attuazione di una linea più dura sui rifugiati –, ma anche soluzioni (e finanzia- menti) da cercare in Europa. Con questo nuovo approccio, meno tollerante e sovranazionale, sta rassicurando i tedeschi dopo lo strappo avvenuto nell’agosto del 2015 con la decisione delle “porte aperte” e, di conseguenza, può sottrarre voti sia al partito di estrema destra Alternative für Deutschland, sia ai socialdemocratici.

Ma, paradossalmente, è in ambito europeo che il candidato dell’Spd appare più in difficoltà. Schulz ha dichiarato che le troppe regole e l’eccessiva austerità volute dal ministro Schäuble avrebbero contribuito a dividere l’Europa e quindi a indebolirla, non certo un bene per la Germania. “Non si tratta di spendere di più”, ha spiegato in diversi comizi, bensì di “spendere meglio”. Un messaggio che, però, rischia di fare poca presa, soprattutto su una popolazione convinta di aver già pagato a sufficienza per i salvataggi degli Stati che non hanno rispettato le regole fiscali e soprattutto convinta che lo sviluppo non si crei attraverso la leva della spesa pubblica.

Insomma, sfidare Merkel proponendo una marcia indietro dall’Agenda di Schröder e un programma di “spesa facile” si sta rivelando una strategia fallimentare. E, infatti, a tre mesi dal voto, Schulz affonda nei sondaggi, mentre la Cancelliera sale. Questa rimonta è riconducibile anche alla linea intransigente che ha assunto nei confronti di Donald Trump, una fermezza inusuale per un leader spesso criticato per i suoi tentennamenti, al punto da far diventare il cognome Merkel un verbo – merkeln –, che nel gergo significa “esitare”. “Noi europei dobbiamo prendere in mano il nostro destino – ha recentemente dichiarato in Baviera – perché è finito il tempo in cui potevamo fidarci completamente degli altri”.

Il nuovo inquilino della Casa Bianca non viene nominato in maniera esplicita: l’obiettivo non è la rottura, che non gioverebbe, dato che gli Usa sono diventati il primo mercato di destinazione delle esportazioni tedesche.

Merkel conosce bene l’importanza per il suo Paese dei rapporti transatlantici, a cui lei tiene particolarmente avendo
vissuto trentacinque anni dall’altra parte del Muro. Ma “i valori europei della solidarietà e dell’accoglienza non sono negoziabili”, un concetto affermato con forza già durante la campagna elettorale statunitense. All’epoca, fu l’unica a schierarsi in maniera così netta e i tedeschi non sembrano averlo dimenticato. Complicato ora, per Schulz, recuperare uno spazio su questo terreno.

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