Gli anglosassoni lo chiamano “walk the talk”, i romani: “parla come magni”. Non importa l’espressione, ma quello che conta, oggi più che mai, è rispettare le promesse ed essere coerenti con l’immagine che vogliamo comunicare al nostro pubblico. È abbastanza eclatante l’attacco alla cosiddetta reputation di un personaggio molto popolare che si è ritrovato al centro di una serie di critiche feroci per il comportamento tenuto, in ambito lavorativo, dietro le quinte di un programma (forse non a caso, di “pacchi”) di cui è stato conduttore. Comportamento che, al di là del merito, è in forte contrasto con l’immagine e con i valori che lui stesso, pochi mesi prima, aveva presentato al pubblico di un altro programma Rai.

L’evoluzione dei mezzi di comunicazione consente ormai di rappresentare con realismo la vera natura delle persone e delle aziende, aiutando progressivamente chi le segue ad apprezzare i veri valori, individuando così i reali modelli a cui ispirarsi. Avere una buona reputazione è oggi più che mai complicato, o meglio, costruirsi una buona reputazione bluffando è sempre più difficile: ciò a mio avviso è un bene. Sta diventando sconsigliabile raccontare bufale all’audience di turno solo per strappare un applauso, un contratto, un ingaggio, un ruolo lavorativo importante o per vendere i propri prodotti. La nostra natura vera è sotto osservazione. Come siamo veramente, alla lunga, emerge da quello che scriviamo sui social, da quello che (magari ripresi da un telefono) diciamo nei nostri uffici, da come ci comportiamo al ristorante, al cinema, in vacanza. La chiave per non vivere questa situazione con ansia? Semplice, basta convivere serenamente con noi stessi, con i nostri punti di forza e i nostri punti di debolezza, sapendo che più siamo importanti, più siamo al centro delle attenzioni mediatiche e più recitiamo, invece che essere veri, più rischiamo di cadere in contraddizione. Questa continua rincorsa, tra il dannunziano e il nietzschiano, a dare di noi un’immagine superiore alla realtà si è fatta sempre più complicata.

La tecnologia, che spesso ci abilita a raggiungere risultati, ci induce ora anche a tenere i piedi per terra, a fare i conti con il nostro vero io, a ingannarci di meno. Ormai abbiamo strumenti che ci misurano in tutte le nostre dimensioni e se proviamo a fare overselling della nostra immagine, prima o poi qualcuno ci fa pagare il conto. Quando e se capita dobbiamo anche avere un piano B per superare la crisi, evitare improvvisazione e soprattutto evitare di sminuire la gravità del fatto. Il più delle volte basta scusarsi chiaramente e lasciar passare un po’ di tempo. La vanità, perché alla fine di questo si tratta, è uno dei sette vizi capitali, ma è anche uno dei più frequenti. In fondo sono in pochi quelli che possono dire di non essere vanitosi, gli altri sapranno perdonare. Certo, vista la velocità con cui si rischia di perdere la reputazione, penso che sia sempre più sano restare nella dimensione che ci è più consona, fare leva sui nostri veri punti di forza, mettendoli in luce nel loro massimo splendore, o magari, anche questo è concesso, anche romanzandoli un po’. Eviterei, invece, di dipingersi totalmente diversi da come si è, solo per vedere il proprio indice reputazionale impennarsi, perché gli scivoloni ci attendono ad ogni angolo e possono anche essere rovinosi. Chi vuole avere un ruolo pubblico o ergersi come modello rispetto a noi comuni mortali, è insomma benvenuto, ma, come diceva W. Edwards Deming: “In God we trust; all others bring (big) data”. Regolatevi di conseguenza.

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