L'analisi di Walter Galbusera

Il lunedì 26 giugno 2017 avrebbe potuto essere un’altra giornata nera del trasporto pubblico ma, per fortuna, non lo sapremo mai perché il ministero ha differito lo sciopero a data da stabilirsi. Questo ha evitato, il giorno dopo, la valanga delle dichiarazioni di condanna accompagnate da variopinte richieste di intervento per lo più nel senso di modificare le regole che attualmente disciplinano lo sciopero. Ma nulla naturalmente è cambiato.

Secondo il professor Santoro Passarelli, garante per gli scioperi le astensioni dal lavoro nel settore dei servizi pubblici essenziali sono proclamate in larga parte nel rispetto delle norme di legge e dei regolamenti che governano il conflitto. Di fronte al ripetersi di “venerdì neri” in particolare nel settore dei trasporti (368 scioperi dichiarati nel 2016) che producono gravi disagi nonostante siano spesso proclamati da sindacati apparentemente assai poco rappresentativi, si dovrebbe giungere ad una conclusione logica: le regole in vigore non sono più né adeguate né sufficienti. Il principale elemento critico sarebbe la facilità con cui i “sindacatini”, nel rispetto delle procedure, possono proclamare scioperi che paralizzano il paese. Ad onor del vero ciò non accadrebbe se lavoratori non iscritti o addirittura iscritti delle grandi organizzazioni non rispondessero (legittimandoli) all’appello dei “sindacatini”. Questa è certamente un’anomalia ma non la causa prima degli iniqui disagi che colpiscono il diritto alla mobilità, in particolare per le fasce meno abbienti della popolazione.

Cosa impedisce oggi, nell’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali, di realizzare un ragionevole equilibrio tra gli interessi del lavoro, quelli delle imprese e la tutela dei diritti dei cittadini?

La causa sta nell’esercizio dello sciopero come diritto individuale. Il combinato disposto tra l’esercizio individuale del diritto di sciopero e il proliferare di sindacati “autonomi”, fenomeno peraltro garantito costituzionalmente dalla libertà di associazione, moltiplica in termini esponenziali (e corporativi) il potenziale conflittuale insito nel settore dei servizi pubblici. Del resto oggi in Italia (a condizione che si rispettano regole e procedure) non solo è legittimo lo sciopero di un singolo lavoratore, ma la proclamazione di uno sciopero importante di fatto viene decisa da gruppi ristretti di dirigenti, senza preventiva approvazione degli organismi direttivi del sindacato. Per cambiare occorre una forte volontà politica che, prima sotto il profilo culturale e della dottrina giuridica e poi nella dimensione legislativa, contrattuale e giurisprudenziale, trasformi il diritto di sciopero da diritto esercitato individualmente in diritto esercitato collettivamente.

Solo allora si potrà attribuire ai lavoratori la responsabilità e il potere di decidere uno sciopero attraverso i delegati democraticamente eletti (democrazia rappresentativa) o, laddove si ritenga necessario, con il referendum (democrazia diretta). In quest’ultimo caso, per rendere legittimo lo sciopero, sarebbe necessario stabilire l’adesione preventiva allo sciopero di una percentuale significativa dei lavoratori interessati. Le conseguenze per i “sindacatini “ o i “sindacatoni” che non rispettassero le regole sarebbero le sanzioni già attualmente previste mentre lo sciopero “illegittimo” di singoli lavoratori sarebbe sanzionato come assenza ingiustificata. Saremmo in questo caso di fronte ad una disciplina organica dell’esercizio del diritto di sciopero, esplicitamente indicata dall’articolo 40 della Costituzione, che ne garantirebbe sia la democraticità che l’efficacia.

Ma esistono le condizioni per attuare questa riforma? Molte sono le dichiarazioni, pochi fatti. Dal sindacato giungono solo segnali di fumo. Il ministro Del Rio sostiene coerentemente nei suoi interventi il modello referendario “tedesco” ma dal governo non esce neppure una bozza di disegno di legge. I parlamentari in grado di impostare un progetto di legge organica (come Ichino e Sacconi) sembrano muoversi più a titolo individuale, nessuna proposta viene dall’astro nascente Pisapia, di cui sarebbe interessante conoscere l’opinione. Se le forze politiche in quanto tali non hanno avanzato alcuna proposta, è ancor più problematico cercare di capire quali potrebbero essere le proposte delle future aggregazioni che potrebbero nascere da una legge elettorale proporzionale. In realtà sino ad oggi i limiti delle regole in vigore sono stati aggirati nei casi più difficili con la precettazione che non ha incontrato né resistenze significative né violazioni clamorose, pur lasciando ai singoli prefetti la responsabilità di decidere, mettendo le forze politiche al riparo da rischi di impopolarità.

Rilette oggi, a distanza di trent’anni, appaiono quasi profetiche le parole di Franco Marini, allora segretario generale della Cisl in un’intervista rilasciata a Vittoria Sivo di Repubblica il 14 ottobre 1987: “L’ordinamento italiano ha già un forte strumento per evitare il blocco dei servizi essenziali, la precettazione dei lavoratori in sciopero. È uno strumento che a me non piace, tuttavia mi chiedo perché mai le autorità fanno tanta fatica a servirsene”.

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