Dalle cronache locali si apprende che nelle scuole in Lombardia vi sono tremila cattedre scoperte tra superiori, medie, primarie e scuole d’infanzia, mentre mancherebbero all’appello altri duemila insegnanti di sostegno. Quindi si provvederà alle nomine in ruolo “di rimpiazzo”. Ma la notizia più significativa è quella che in Lombardia più di ottocento insegnanti hanno ottenuto il trasferimento. Alcuni andranno in altre città della Regione, ma la gran parte torna al centro-sud. A Milano vengono in pochi e la mobilità è principalmente in uscita.

In sé la notizia potrebbe essere vista solo come il naturale desiderio di insegnanti non lombardi di tornare a casa per ricongiungersi alla famiglia, godere di un clima più mite e per qualcuno di prepararsi a vivere l’età della pensione in condizioni più rilassate. Questo ci può anche stare. Ma se ripensiamo alle vicende di qualche tempo fa, che a molti sono apparse grottesche, di insegnanti del sud, cui venivano assegnate cattedre al nord con assunzioni in pianta stabile e che venivano rifiutate addirittura definendole come “deportazioni”, bisogna riflettere seriamente sulle cause sia dell’esodo di oggi che del rifiuto di ieri.

Il paese, e non solo il nord, può permettersi che insegnanti di valore (hanno superato un concorso) abbandonino o non accettino un incarico (che paradossalmente il più delle volte è a tempo indeterminato) per ragioni economiche? Ciò accade quando un docente che  spesso dispone di una casa di proprietà o comunque paga canoni modesti deve sobbarcarsi le spese di affitto e far fronte ad un costo della vita notevolmente più elevato nella città (in particolare del nord) dove gli viene assegnata la cattedra. Ma avviene anche quando si utilizzano norme favorevoli (e discutibili) che favoriscono i trasferimenti.

Una delle ragioni di questo deleterio “turismo scolastico”, che non è molto rispettoso dei diritti degli studenti, sta nel sistema retributivo statale che ha sostanzialmente stipendi uguali a parità di ruolo e di anzianità. Se questo può soddisfare una superficiale vocazione ugualitaria delle “sciarpe littorie” del’68, produce una distorsione abnorme e altrettanto sottovalutata o volutamente ignorata persino dalle organizzazioni sindacali che nel perimetro statale sono ispirati a rigidi modelli centralisti.

Dopo tante battaglie per eliminare le “gabbie salariali” (che è bene ricordare prevedevano minimi contrattuali nazionali differenziati) nel settore degli statali le “gabbie” sono state innalzate senza colpo ferire e, clamorosamente, l’impianto è stato ribaltato. Infatti il potere d’acquisto reale delle retribuzioni dei dipendenti dell’area statale del centro sud è significativamente più elevato di quelli del nord. Esattamente il contrario del modello contrattuale privato che ha permesso,in tutto il paese, attraverso la contrattazione integrativa decentrata, di garantire e di ampliare il potere d’acquisto dei salari in virtù sia delle dinamiche inflazionistiche territoriali che della produttività aziendale.

È davvero uno sforzo sovrumano adottare il modello contrattuale dei metalmeccanici al sistema statale? Certo sarebbe assai ardua una trasposizione ”sic et simpliciter” ma  è possibile creare le condizioni di una forte contrattazione decentrata (con un consistente trasferimento di risorse ai livelli locali  e auspicabilmente senza distribuire “a pioggia” i benefici)  a condizione di accettare il principio (che fa tremare le vene ai polsi di parte dell’establishment sindacale) che le retribuzioni di fatto siano per una ragione logica più elevate al nord rispetto al centro-sud. In questo modo saranno davvero tutelati, anche sulla base della qualità del loro lavoro,  tutti gli insegnanti a prescindere dal luogo di provenienza o di insegnamento. Valorizzare sempre più la comunità degli insegnanti all’insegna del merito e della responsabilità contribuisce a dare alla scuola, che deve essere in primo luogo al servizio degli studenti e delle famiglie, gli strumenti per garantire il rinnovamento della nostra società.

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