“Dobbiamo far dialogare le competenze e il sapere con la formazione e il lavoro, che è quello che abbiamo fatto sulla formazione scuola-lavoro. L’anno scorso abbiamo dato vita a Industria 4.0 per cogliere gli elementi della tecnologia, innovazione e industrializzazione. Quest’anno proveremo a occuparci del sapere, il prossimo obiettivo sarà cioè investire nella formazione in azienda”. Sono le dichiarazioni che il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Giuliano Poletti ha riservato per il palco del Meeting di Rimini. “Abbiamo fatto bene sull’apprendistato duale: ora o lo stabilizziamo, e diventa un percorso formativo per i nostri giovani e le nostre famiglie, o ci convinciamo che non va bene e non serve. Io penso che vada bene, e la mia proposta è di stabilizzare anche questo canale formativo. Il tema è la gestione della transizione”, ha aggiunto.

L’INTERVENTO DI POLETTI AL MEETING DI RIMINI
L’incontro a cui Poletti ieri mercoledì 23 agosto 2017 è intervenuto si intitolava “Il lavoro che cambia: il piano Marshall per i giovani”. Obiettivo ambizioso, che però il ministro aveva già fatto proprio nell’intervento del Meeting dell’anno scorso, come ha fatto notare introducendo il dibattito Dario Odifreddi, presidente della Fondazione Piazza dei Mestieri. Rispondendo alle domande dei giornalisti che lo attendevano fuori dalla sala, Poletti ha sostenuto che le misure che il governo ha intenzione di adottare si pongono l’obiettivo di raggiungere 300 mila nuovi posti di lavoro, gli stessi citati nella giornata precedente anche dal ministro Calenda. “Un numero realistico”, ha affermato Poletti ai microfoni, aggiungendo che “il bonus assunzione” costerà intorno ai 2 miliardi di euro. “Dipende dalla possibilità di applicarlo su una platea più o meno larga. Chi riceverà aiuti avrà anche dei limiti temporali entro cui agire, ha poi specificato il ministro, che sarà cioè stabilito un periodo di tempo primo o dopo del quale non si potrà aver licenziato o licenziare: “Il nostro obiettivo è fare passi avanti sull’occupazione giovanile”.

I PREGIUDIZI ITALIANI SOTTOLINEATI DAL MINISTRO
Rivendicando le motivazioni alla base delle scelte del Governo Poletti ha sottolineato l’importanza di mettere in relazione sapere, conoscenza e lavoro: “Nel nostro Paese veniamo da una lunga storia dove si è sostenuto che il mondo della scuola doveva stare radicalmente separato dal mondo dell’impresa, dell’economia, del lavoro, perché se questi si fossero avvicinati l’economia avrebbe inquinato le logiche della conoscenza ai propri voleri. Io credo che questa idea non ha fondamento. Abbiamo bisogno di esperienza, di connettere il sapere con il fare”. Chiarendo che questo modo di pensare viene dal fatto che “non siamo ancora riusciti a maturare fino in fondo un’idea positiva dell’impresa, continuando a immaginarla come il luogo dello sfruttamento, alla stregua di una cosa che si sopporta ma di cui non ci si innamora e la si pensa in positivo. Si accetta come una infrastruttura sociale indispensabile. Allora qui c’è un problema culturale”.

L’ANALISI DEL DEMOGRAFO ALESSANDRO ROSINA
Poletti quindi ha affermato che “abbiamo bisogno di più regole di principio e criteri a cui riferirci, e meno regole sui dettagli minimi”. Per questo il governo ha scelto la strada “della connessione, del dialogo, del lavoro congiunto. Stiamo lavorando insieme, il ministero dell’istruzione, dello sviluppo, del lavoro, per costruire un’idea di processi che coinvolgano tutti, perché nel nostro paese le regole sono tutte verticali. Il primo problema delle famiglie è il lavoro. Noi della politica dobbiamo produrre opportunità e dobbiamo fare in modo che la società dia il meglio di sé”. Sul tema del lavoro e dei giovani, affrontato durante il convegno anche dal rettore delle Scuole paritarie Cottolengo Andrea Bonsignori che ha illustrato il progetto Chicco cotto nato, per offrire la possibilità di occupare anche giovani in condizioni di svantaggio, il demografo Alessandro Rosina ha insistito sulla necessità di un forte ricambio generazionale, l’unico modo per fare sviluppo. “Ci vogliono le condizioni per far arrivare attori nuovi che portino una visione e una narrazione nuova. C’è una generazione che ha voglia di essere attiva e di partecipare alla crescita”, e l’Italia “si esprime con l’immagine dei giovani che vivono sa carico dei genitori. L’hanno detto i vescovi: occorre dare spazio alle nuove generazioni perché possano sperimentare un nuovo modello di sviluppo”

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