L'approfondimento di Andrea Affaticati

I liberali tedeschi dell’FDP, in questi quattro anni fuori dall’emiciclo del Bundestag, il parlamento, si sono dati molto da fare. Allora nel settembre del 2013, quando gli elettori li avevano puniti, con meno del 5 per cento dei voti, nemmeno si erano presi il tempo di elaborare la terribile batosta. Il passaggio del timone tra Philip Rössler a Christian Lindner era stato immediato. Il primo, si era dimesso seduta stante, mentre il secondo da tempo si trovava ai posti di partenza.

E Lindner ha fatto un ottimo lavoro di ricostruzione del partito in questi anni, tant’è che ora i sondaggi danno l’FDP attorno all’8 per cento (testa a testa con i Verdi, la Sinistra e i nazionalisti dell’Alternativa per la Germani, AfD). Dunque il ritorno al Bundestag è certo. Già, ma su quali scranni?, si chiede l’ultimo numero dello Spiegel. Su quelli della maggioranza di governo o quelli dell’opposizione?

In teoria la risposta dovrebbe essere evidente: se i voti dovessero permetterlo, ovviamente su quelli della maggioranza di governo. Le cose, e dunque la risposta, non è però così semplice. E a frenare è lo stesso Lindner, nonostante proprio lui incarni l’emblema del politico che attualmente va per la maggiore: 38 anni, di bell’aspetto, dotato di una buona retorica, più quel tanto di pragmatismo e umiltà che all’elettorato tedesco non si può far mancare. Il fatto poi che dopo la disfatta del 2013 del suo partito, lui, anziché cercare di riguadagnare consensi presenziando a tutti i talk show possibili, si sia rimboccato le maniche e messo di buona lena a ricomporre, dietro le quinte, i pezzi dell’FDP, gli ha fruttato stima e apprezzamento anche dagli avversari politici.

E infine dagli elettori. Il partito dal 2015 in poi ha guadagnato quota una elezione regionale dopo l’altra. In quattro regioni è tornato nel parlamento, mentre in tre, tra cui, recentemente anche nel Nordrhein-Westfalen, l’ex roccaforte dei socialdemocratici, fa ora parte della coalizione di governo. Certo, nel 2005, quando Angela Merkel fu nominata per la pima volta Kanzlerin, i punti gialli (colore dei liberali) sulla cartina politica che indicava le coalizioni regionali, la coprivano in gran parte (i liberali erano allora al governo o con la CDU o con l’SPD). Ora sono appena in tre, ma meglio che niente.

Dunque l’FDP naviga di nuovo in acque più tranquille e potrebbe addirittura far parte di una prossima coalizione, guidata dall’Unione (CDU e CSU) e insieme ai Verdi. E nel caso che l’Unione dovesse portare a casa voti sufficienti, potrebbe addirittura essere l’unico partner di minoranza. Poco probabile è, invece, che accetti di entrare in una coalizione a tre guidata dall’SPD, il timore che i ritrovati elettori sbattono loro definitivamente la porta in faccia è troppo forte.

Ma la tentazione di issarsi subito sui banchi del governo, stando a quanto scrive lo Spiegel, è poca. Primo, perché dopo il rischio di estinzione di solo quattro anni fa, molti pensano che il partito non sia maturo abbastanza per governare. Reputano che il ritorno in parlamento sarà già sufficientemente impegnativo. “Certo – dice Wolfgang Kubicki, vice di Lindner – se ci venisse chiesto non potremmo rifiutarci a priori”.

E poi brucia ancora la disfatta che i liberali hanno dovuto intascare dopo la coalizione Unione- Fdp che ha governato dal 2009 al 2013. L’idea ributtarsi subito di nuovo un’ avventura simile viene vista con molto scetticismo. Nel 2009, la voglia di governare insieme “al partner d’elezione” come usava definire l’Unione, l’allora capo del partito Guido Westerwelle (morto prematuramente l’anno scorso) aveva fatto sì che l’Unione intortasse l’FDP (questo almeno dicono le interpretazioni politiche) trasformandola in una sorta di fantoccio politico incapace di far valere le proprie posizioni nella coalizione.

Infine, manca personale politico da mandare al governo. Nei governi passati l’FPD ha guidato normalmente il dicastero degli Esteri (ci si ricorderà di Hans Dietrich Genscher durante i mesi dell’estate e autunno del 1989, quando poi cadde il Muro) e dell’economia (tra cui uno dei più noti Otto Graf von Lambsdorff). Attualmente nessuno dei liberali sarebbe in grado di guidare un dicastero simile, scrive il settimanale. Manca personale, perché il partito è ancora alla ricerca della propria identità. Per cui al momento risulta più chiaro quello che non vogliono essere, piuttosto che quello per cui intendono battersi.

Innanzitutto non vogliono essere gli utili idioti che porta i voti mancanti all’Unione, non vogliono essere un addendo della stessa. Non vogliono essere il partito dei farmacisti, contrari alla vendita dei medicinali in Internet, e non vogliono essere il partito che riduce le tasse, e nemmeno il correttivo di una Unione che si è vieppiù spostata a sinistra.

A dire il vero, nemmeno l’Unione freme per ritrovarsi a braccetto con i liberali per i prossimi quattro anni, parrebbe che un esperimento con i Verdi non dispiacerebbe a molti. Già ma comunque sia, per non irritare ulteriormente l’elettorato più conservatore della CDU di Merkel, si dovrà comunque dare almeno l’impressione di aver fatto tutto il possibile per tirare a bordo i liberali, prima dei verdi. A parte il fatto che, l’Unione potrebbe aver bisogno di entrambi se non vuole mettere in piedi una terza grande coalizione, che l’elettorato tedesco tutto sommato non gradirebbe troppo.

Ultimo appunto al riguardo. Anche Martin Schulz, lo sfidante socialdemocratico di Merkel ha recentemente lasciato intendere, che è scontata la partecipazione dell’SPD come partner di minoranza a una terza grande coalizione. Il che tradotto vorrebbe dire, un legislazione sui banchi dell’opposizione potrebbe risultare salutare per il partito.

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