L’approfondimento di Rossana Miranda

La Catalogna è convinta: vuole il divorzio dalla Spagna. Incoraggiata forse dai risultati della Brexit in Regno Unito, il movimento indipendentista catalano ha preso forza e si è organizzato per svolgere un referendum il 1° ottobre. La risposta da Madrid è stata molta dura: la consultazione popolare non è prevista nella Costituzione spagnola, non può essere fatta senza un accordo con il governo centrale, per cui qualsiasi attività organizzativa del referendum è considerata un atto illegale. Dodici membri della Generalit, il governo autonomo della Catalogna, sono stati arrestati e il materiale elettorale è stato sequestrato. Carles Puigdemont, il presidente della Catalogna (nella foto), ha dichiarato che, nonostante le pressioni autoritarie del governo di Mariano Rajoy, il referendum si terrà.

LA CAMPAGNA INDIPENDISTISTA E LE PROMESSE DI MADRID

Carles Puigdemont, presidente de la Generalitat, è volato a New York per incontrare l’ex presidente Jimmy Carter e parlare all’Istituto Tecnologico di Massachusetts e al Center for Folklife and Cultural Heritage del Smithsonian a Washington, spendendo circa 700mila euro. L’obiettivo: comunicare al mondo la pertinenza dell’indipendenza catalana. Il governo di Rajoy, invece, aveva annunciato l’investimento di 4,2 miliardi di euro in Catalogna per convincere la regione a restare unita alla Spagna.

I NUMERI (POSITIVI) DELLA CATALOGNA 

La crisi politica tra Catalogna e Madrid deriva da interessi economici che spingono il desiderio d’indipendenza catalano. La Catalogna è la regione più ricca della Spagna. Un report della delegazione italiana della Generalitat de Catalogna sostiene che la “è il cuore produttivo della Spagna”: il Pil catalano rappresenta circa il 20 per cento del Pil della Spagna e il 23 per cento dell’industria del Paese. Tra le 17 regioni della Spagna, è quella più redditizia per lo Stato spagnolo. Dal 2014, l’economia catalana è tra le più salutari dell’Europa, con una crescita del 3,5 per cento (la media europea è di 1,9 per cento). Il quotidiano inglese Financial Times riconosce la Catalogna come la “miglior economia del sud dell’Europa per investire nei prossimi due anni”, nonostante si sia pronunciato contro il referendum “che non ha nessuna validità legale”. Le esportazioni della Catalogna hanno prodotto 65 milioni di euro, il 2 per cento in più rispetto al 2015. Le esportazioni catalane rappresentano il 25 per cento delle esportazioni totali della Spagna.

“SPAGNA HA DELUSO LA CATALOGNA”

In un articolo pubblicato sul New York Times nel 2013, l’allora presidente della Catalogna, Artur Mas, spiegava le motivazioni per l’indipendenza della Catalogna. Sebbene è vero che la regione abbia una cultura e una lingua diversa dal resto della Spagna, a spingere la voglia di secessione è il fattore economico. “Nonostante le concessioni finanziarie che sono state fatte ai Paesi Baschi, le nostre petizioni per avere un patto fiscale con Madrid per alleggerire l’ingiusto sistema attuale sono stati rifiutati – aveva scritto Mas -. Siamo stati disponibili a pagare più di quanto era dovuto per sostenere le altre regioni più povere della Spagna. Ma ora si è andato oltre”. Mas aveva spiegato sul New York Times che la Catalogna riceve meno pro capite in servizi rispetto a più della metà delle altre regioni spagnole, anche se paga tasse più alte degli altri. In più, il governo spagnolo non ha rispettato i suoi impegni d’investimento sul territorio”. Passati gli anni la situazione è solo peggiorata: la Catalogna ha un residuo fiscale di otto miliardi di euro. “Spagna ha deluso la Catalogna – insisteva Francesc Homs, ex portavoce del governo catalano – e ora deve lasciarla andare”.

RISPARMIO DELLE TASSE E DEGLI INVESTIMENTI

Nemmeno sui numeri c’è accordo tra la Catalogna e Madrid. Per i catalani, l’indipendenza potrebbe significare un risparmio di 16 miliardi di euro in tasse. Il governo spagnolo però insiste che, fuori dalla Spagna – e, di conseguenza, fuori dall’Europa – la Catalogna potrebbe perdere il 35,5 per cento delle esportazioni e il 30 per cento del Pil.

Oriol Junqueras, vicepresidente della Catalogna, ha detto che ogni anno, ogni catalano regala allo Stato spagnolo 3mila euro. Due milioni delle vecchie pesetas […] In 23 anni sono 46 milioni di pesetas. Quanto costa una casa nel vostro paese? Probabilmente lo avresti già pagato. Se qualcuno paga un mutuo, avrebbe già finito di pagarlo […] il prezzo di questo rapporto sono 840mila disoccupati. Quanti altri disoccupati ci devono essere per capirlo? Un milione? Presto ci saranno”.

Secondo i dati del bilancio fiscale della Generalit, la Catalogna indipendente potrebbe disporre di 16 miliardi di euro all’anno, circa l’8 per cento del suo Pil, e la cifra potrebbe avere picchi del 9-10 per cento. In un’intervista con la catena qatariota Al Jazeera, Puigdemont ha spiegato che servono gli “strumenti dello Stato per fortificare i settori strategici dell’economia, stimolare gli investimenti e consolidare il settore imprenditoriale per generare occupazione”.

E LE SOLUZIONI FISCALI STILE QUEBEC?

Ma questo potrebbe costare la costruzione di un nuovo Stato? Gli analisti Josep Borrell e Joan Llorach spiegano nel libro Las cuentas y los cuentos de la independencia ( La Catarata. Madrid, 2015) che servirebbero sei miliardi di euro per la fondazione di una Catalogna indipendente. I due esperti credono che, oltre la soluzione separatista, ci sono opzioni di tipo federale, come quella applicata in Quebec, Massachusetts o Baviera.

 

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