“I riti amano contener in sé lo splendore della più nobile semplicità”, diceva in un suo adagio lo storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann nel diciottesimo secolo. Un “successo a posteriori che non avrebbe mai immaginato”, ha ironicamente commentato lo scrittore Martin Mosebach, spesso descritto come uno dei più brillanti romanzieri tedeschi in vita. Oltre che sceneggiatore, saggista, umorista, cattolico e conservatore al punto da aver suscitato, negli anni passati, diverse critiche per le sue prese di posizione, in particolare sulla liturgia che è conseguita al Concilio Vaticano II, auspicando un ritorno alla messa tridentina.

“Non fu così facile trovare esempi che documentassero come la liturgia fino a quel momento corrispondesse a quella semplicità, senza dover giungere a toccarne la sacrosanta consistenza”, ha spiegato Mosebach intervenendo – sul tema della “Santa routine: i misteri della ripetizione” – durante il primo dei tre giorni di incontri celebrativi il decennale del motu proprio di Benedetto XVI Summorum Pontificum (qui la prefazione di Mosebach all’edizione tedesca del libro di Roberto de Mattei “Apologia della Tradizione”). Spessore che si è tuttavia continuamente cercato “attraverso un’opera di riduzioni e di depennamento”, in cui si è sostenuto che “anche i riti dovessero essere liberi da ripetizioni non necessarie”,

Questa difficoltà quindi, ad una “più attenta considerazione, risultava irresolubile”. “Che cosa è non necessario?”, ha sollecitato Mosebach: “Nulla è necessario, si potrebbe affermare. Ma con altrettanta fondatezza si potrebbe dire che è necessario tutto ciò che esiste, perché altrimenti non esisterebbe”. La cultura umana consiste, infatti, “in ciò che non è necessario, e si potrebbe affermare che per l’uomo quel non necessario è ciò che è più necessario per poter esprimere la propria dignità”. La stessa preghiera, quando espressa in parola, “rappresenta un campo della letteratura”, e nella liturgia latina la necessarietà consiste nel ripetere tre volte il Kyrie eleison, poi il Christe eleison, infine di nuovo il Kyrie eleison.

“La riforma ha di volta in volta eliminato una invocazione da ogni blocco. Ma per quale motivo una duplice ripetizione è meno inutile di una triplice?”, ha chiesto Mosebach, in maniera canzonatoria: “Evidentemente i santi Agostino e Ambrogio, al momento della loro creazione, erano poco concentrati”. Analizzando il messale romano, ha ironizzato ancora, “sorge il sospetto che si tratti forse non tanto di proliferazioni e deformazioni quanto di elementi lì collocati in maniera massimamente voluta, che si abbia a che fare addirittura con un principio stilistico”. In ogni caso, ha proseguito, “il Padre celeste sa ciò di cui abbiamo bisogno”, e anche per questo “la preghiera pubblica non deve essere satura di informazioni”.

Ma si dà il fatto che l’ortodossia greca, ad esempio, abbia concepito “la preghiera del cuore”, che consiste nella ripetizione incessante delle parole “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Abbi pietà di noi”, fino a che “tale preghiera si renda indipendente e si coniughi con il respiro e il battito del cuore”, accompagnato “come corrente ininterrotta”, e in cui “è presente il parlar vero”. A dimostrazione, dice lo scrittore, che “le grandi litanie della Chiesa celebrano la ripetizione”, e, “come nei canti popolari, consistono di una radice di refrain sempre ritornanti”. L’esortazione dell’apostolo Paolo ha cioè “trovato qui l’unica forma possibile: di che cos’altro potrebbe consistere, se non di ripetizioni, una preghiera senza interruzioni?”. Ciò vale, “nella stessa misura, nella poesia come nella preghiera”.

Oggi, all’opposto, “ci si stupisce del fatto che quella legge estetica, ma anche spirituale, non sia stata presente ai molti colti padri del Concilio”, ha incalzato ancora il romanziere. Spiegando, inoltre, come basti pensare al fatto che “la musica dischiude in pochi minuti la comprensione per quella ripetizione senza molte parole: penso ai Vespri per la Beata Vergine di Claudio Monteverdi. Il triplicarsi dell’invocazione Sanctus non tentava altro se non di esprimere eternità attraverso strumenti temporali”. Eternità che “per noi è irrappresentabile”, mentre invece “cadiamo continuamente nella tentazione di pensarla come un tempo infinitamente lungo, cosa che essa non è”.

Al contrario “essa è un’ora senza movimento, senza passato e senza futuro. Lingua che deve avanzare per necessità, che imita la stagnazione con la ripetizione, il non sviluppo, che è una qualità dell’eternità”. Condizione nella quale “un unico Sanctus non si dilegua mai, come un suono di campana costantemente tumefacente che non può mai giungere alla sua fine, come nel Parsifal di Wagner dove ‘il tempo diventa spazio’. Si potrebbe paradossalmente parlare dell’eternità come di uno spazio senza confini che fa presente, contemporaneamente, nello stesso luogo tutto l’accaduto. Così il Kyrie nella sua triplice ripetizione è segno del fatto che dovrebbe essere ripetuto all’infinito, unica preghiera che val davvero la pena pronunciare, poiché contiene la sintesi dell’intera fede”.

Se parliamo cioè “di ripetizioni necessarie, dobbiamo pensare a quella che non si conclude nell’arco dell’intera vita di un uomo, ma che si celebra sempre di nuovo”. Il rito è infatti ripetizione, due concetti tra loro quasi coincidenti. “L’atto di vivere secondo lo Spirito consiste nello scoprire quel rito come sempre nuovo, proprio in quelle incessanti ripetizioni nel riconoscere”. Altro aspetto significativo è il “lasciarsi trasportare dalla liturgia, abbandonare la volontà di pensare e di sentire in forma indipendente, trovare pace nella messa, sperimentare nella consuetudine la gioia del sentirsi a casa”. Dimenticare cioè “il capriccio”, e non considerare “la divagazione dei pensieri come un cedimento spirituale, perché esso accade all’interno di un contesto e per questo motivo viene abolita la coscienza di produrre qualcosa, e di dover produrre”.

Il termine cultura, ha in definitiva spiegato lo scrittore tedesco, non a caso “deriva dal contesto agricolo. Cultura è qualcosa che deve essere prodotto costantemente di nuovo, con ripetizione incessante, come la natura, e l’erpicatura, del seminare e del mietere. Si tratta di qualcosa che l’intellettuale moderno non vuole capire, che un atto spirituale non si esaudisce nell’essere compreso una sola volta. Ma al contrario, nella sua forma incarnata, cioè propriamente significativa, sollecita una sempre nuova ripetizione”. E il legiferatore pontificio, ha concluso Mosebach, “era al corrente di questa verità. Ora i cattolici di tutto il mondo devono cogliere ciò che egli ha voluto con il suo atto legislativo”.

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