Il punto di Rossana Miranda

Sale la tensione tra la Catalogna e Madrid. Dopo la decisione di svolgere il referendum per la secessione catalana il prossimo 1° ottobre, il governo del presidente Mariano Rajoy ha deciso di rendere più stringente il controllo sul bilancio della regione. Con questa decisione si cerca di impedire l’utilizzo dei fondi statali per l’organizzazione della consultazione popolare, che il governo centrale considera incostituzionale. Il ministro per il Bilancio spagnolo, Cristobal Montoro, ha detto che “noi ci assicuriamo che nessun pagamento da quest’amministrazione vada verso un’attività illegale”.

L’INIZIO DELLA CAMPAGNA

Il tema del movimento separatista catalano sta monopolizzando il dibattito politico spagnolo. Il Partito Socialista Operaio Spagnolo (Psoe) ha ritirato ieri mattina il veto all’articolo 155 della Costituzione, che proibisce il ritiro della gestione autonoma da parte del governo di Madrid, mentre il leader di Podemos, Pablo Iglesias, ha convocato una conferenza stampa per comunicare la posizione del partito. Domenica è stata inaugurata a Tarragona la campagna elettorale, alla presenza di 10 mila sostenitori della futura “Repubblica catalana”. Hanno partecipato il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, e il vicepresidente Oriol Junqueras. Il sindaco di Barcellona, Ada Colau, ha annunciato che nella città si potrà votare il 1° ottobre.

UNA PROBABILE VITTORIA DEL SÌ

La polizia spagnola ha sequestrato 1,3 milioni di volantini di propaganda a favore del referendum. Il ministero degli Interni ha spiegato che il materiale è stato sequestrato nella sede di una società di distribuzione pubblicitaria vicino a Barcellona.

Un sondaggio pubblicato dal quotidiano Ara indica che il 60,2 per cento degli elettori spagnoli andrebbe a votare per l’indipendenza catalana: 44,1 per cento per il “sì” e il 38,1 per cento per il “no”, mentre il 13,9 per cento resta indeciso. La vittoria del “sì”, a favore dell’indipendenza catalana, è aumentata rispetto agli ultimi due sondaggi ufficiali.

L’EDITORIALE DEL FINANCIAL TIMES

Il quotidiano inglese Financial Times si è schierato sul referendum catalano: “Qualsiasi proclamazione di una Catalogna indipendente mancherà di legittimità politica […] Gli argomenti legali favoriscono l’autorità centrale spagnolo”. In un editoriale intitolato “Il referendum in Catalogna non ha base per la creazione di uno Stato” il giornale della City ricorda che il conflitto non è in stallo perché nel 2015 i partiti indipendentisti hanno vinto la maggioranza al Parlamento catalano ma non hanno la maggioranza dei voti, per cui “non c’è una base per accelerare il programma secessionista […] La strada da percorre sono i negoziati per migliorare l’autogestione”. Il Financial Times ha sottolineato che il referendum del Québec e Canada nel 1995, così come il voto in Scozia nel 2014, si sono svolti con l’autorizzazione del governo centrale e nel rispetto delle leggi.

L’EREDITÀ DEL FRANCHISMO

Puigdemont ha rivendicato l’eredità della Repubblica spagnola sconfitta da Francisco Franco nella guerra civile del 1936-1939, indicando le origini franchiste del partito al potere a Madrid. In un’intervista al quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung il capo della Catalogna ha detto che “il nostro attuale governo rappresenta la tradizione della Repubblica spagnola, schiacciata dall’esercito di Franco nella guerra civile”. “Non abbiamo dimenticato che all’epoca una parte della nostra élite politica è stata assassinata e un’altra parte è stata costretta all’esilio – ha dichiarato Puigdemont -. Noi sappiamo anche quali sono le radici del Partito Popolare conservatore che vorrebbe bloccare il referendum: è nato da un gruppo di franchisti”. Il Partito Popolare di Rajoy è erede dell’Alleanza Popolare, formata da ex militanti del regime dopo la morte di Franco.

I PRIMI EFFETTI ECONOMICI

Gli effetti del conflitto tra la Catalogna e Madrid cominciano a vedersi nell’economia. Molte aziende si sono trasferite dal territorio catalano, a causa della determinazione secessionista della Generalitat e dell’aumento della pressione fiscale nella regione. Secondo i dati del Registro Mercantile, dal 2008 circa 7.956 attività hanno traslocato sede sociale. La Catalogna è la regione più ricca della Spagna (qui l’intervista di Formiche.net a Luca Bellizzi, delegato della Generalitat in Italia), rappresenta il 20 per cento del Pil spagnolo, ma è anche una delle regioni che perde più imprese all’anno, insieme alle Canarie. Il governo catalano assicura che questa delocalizzazione imprenditoriale non pesa sull’occupazione. Tra gennaio e agosto del 2017 sono andati via dalla Catalogna 414,6 milioni di euro. Nel 2016 la fuga economica è stata di 1,3 miliardi di euro.

In Italia il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, ha riferito che “il 22 ottobre possiamo riscrivere la storia. La Lombardia e il Veneto sono regioni speciali e chiediamo che la nostra specialità sia riconosciuta”. Maroni ha ricordato che la Catalogna farà “il referendum per l’indipendenza il 1° ottobre, perché hanno un residuo fiscale di 8 miliardi di euro, noi di 54 miliardi. Ecco perché possiamo aprire una prospettiva nuova, il futuro passa da qui”.

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